3%, tra obbligo e volontà 

3%, tra obbligo e volontà 

3%. Il titolo, che sembrerebbe quasi la percentuale di batteria rimasta sul mio telefono, non è facilissimo da notare su Netflix.

Io l’avevo notato un annetto fa, ma dopo aver scoperto che non ne esisteva una versione doppiata in italiano e l’unica disponibile era la lingua originale portoghese, ci avevo ripensato.

No, al doppiaggio inglese non ci penso neanche morta. E, no, non guardo quasi mai le serie doppiate in italiano, perché ho una fissa con gli accenti inglesi. Ma neanche lo odio, il doppiaggio italiano. Certo, talvolta non è ben curato e il risultato non è sempre dei migliori, ma esistono serie con dei buoni doppiaggi (come, ad esempio, Dark).

Dunque, dicevo, 3% è in portoghese perché è la prima serie Netflix prodotta in Brasile.

Questo, un pochino, mi ha frenata inizialmente, ad essere sincera. Insomma, di nuovo, stessa spiegazione che ho dato per Dark: dopo secoli di bombardamento a base di serie TV americane o britanniche, un prodotto proveniente da un’altra zona risulta strano. 

Pochi giorni fa, ad un anno dall’uscita di questa serie, ho deciso di rimediare. Ne avevo sentito parlare molto bene, e allora vai di portoghese sub ita, e passa la paura.

In 3%, il 97% della popolazione vive in una grande favela piena di povertà e sovraffollamento mentre ogni anno, al compimento dei vent’anni si può decidere di partecipare al Processo che consentirà al 3% dei ventenni di passare nella parte bella, nella parte ricca, l’Offshore, dove avere una vita migliore.

Proprio per questo, molti spettatori lo hanno paragonato più volte al fantasy distopico di Suzanne Collins, Hunger Games. Io, personalmente, non ritengo che questo paragone sia esatto.

Partiamo da un elemento fondamentale in 3%: la volontà. I protagonisti di 3% decidono di propria spontanea volontà di partecipare al Processo. Certo, è vero che in una situazione del genere, quella che sarebbe una volontà diventa una specie di obbligo morale, ma resta il fatto che chi sceglie di partecipare al Processo lo fa volontariamente.

In Hunger Games non c’è questa possibilità di scelta. Alla base degli Hunger Games non c’è il desiderio di vivere una vita migliore, tant’è che nessuno dei vincitori poi va a vivere a Capitol City. Si resta nel proprio distretto, nonostante si riceva una casa. Alla base degli Hunger Games vi è l’obbligo di partecipazione: i tributi vengono sorteggiati e obbligati a partecipare ad un gioco nel quale con ogni probabilità moriranno. Dal Processo ci si può ritirare, e si può essere squalificati in qualsiasi momento. Certo, non è la migliore delle ipotesi ma c’è una bella differenza.

3% parte da un’idea differente. Un’idea ingiusta ma sensata nella sua ingiustizia. Solo chi passa il Processo merita di vivere nell’Offshore. Solo chi passa la selezione è meritevole. Non esistono figli e figliocci, e proprio per questo chi vive nell’Offshore non può avere figli. Non sarebbe giusto nei confronti dei bambini nati dall’altra parte che invece dovrebbero passare il Processo per vivere nell’Offshore. In questa ottica, l’idea dietro 3% è sì l’idea di una elite ma di una elite giusta. Ovviamente è un discorso da prendere con le pinze e da fare partendo dal presupposto che l’idea di dividere la popolazione in meritevoli e non, in modo così netto e freddo, è un’idea sbagliata dalle fondamenta.

In Hunger Games, lo scopo dei giochi non è quello di premiare i meritevoli, ma quello di far prevalere i più forti per ricordare alla popolazione che, vada come vada, Capitol City vince sempre e ha sempre il controllo sui Distretti. I bambini di Capitol vivono tranquilli non partecipano all’annuale mietitura, non rischiano ogni anno per cinque anni, di essere estratti per partecipare agli Hunger Games.

Le idee dietro i due prodotti sono, a mio parere, completamente differenti. Certo, 3% è una serie interessante e che fa aprire gli occhi sulle ingiustizie. Meno terribile di The Handmaid’s Tale e Black Mirror, ma comunque un buono spunto di riflessione.

I personaggi non sono tra i migliori delle serie TV, hanno delle storie che vengono più o meno approfondite ma mai completamente analizzate nel profondo. 

La trama è scorrevole e piacevole da seguire, i colpi di scena ci sono e non sono scontati, il più delle volte. Alcuni argomenti non sono trattati così profondamente e sembrano lasciati un po’ al caso, ma probabilmente può essere una cosa voluta, in previsione di una seconda stagione. Il risultato non è comunque eccellente ai livelli di altre serie distopiche come quelle che ho citato poco fa, ma ne vale lo stesso la pena.

Visione consigliata, quindi, in attesa della seconda stagione e di scoprire cosa riserva l’Offshore. 

Scritto da

Giulia Di Felice

Ventisei anni, interprete, traduttrice, appassionata di letteratura e con il sogno nel cassetto di diventare scrittrice. Nel frattempo scrivo racconti nell'attesa dell'ispirazione per creare qualcosa di migliore e mi drogo di serie TV.

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