Quello che ci hai lasciato: il mio addio a Chester Bennington

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Ci è voluto qualche giorno affinché le voci, le notizie, gli hashtag e le canzoni lasciassero spazio a qualcosa di più tangibile di un nodo alla gola.
Eri sempre tu quello che aveva le parole giuste per ogni mio stato d’animo, ed ora è davvero difficile trovarne di adatte senza il tuo aiuto.

Giovedì scorso è stata una di quelle giornate in cui qualcosa era fuori posto: non era successo nulla di particolare, non avevo alcun motivo per sentirmi triste o apatica, eppure non vedevo l’ora che la giornata finisse.
Mi sentivo avvolta in un groviglio di sensazioni scomode e indecifrabili che mi sono rimaste addosso fino a sera, quando ho preso la bici e sono uscita a fare un giro per cercare di svuotarmi la testa.
Non ascoltavo musica da un po’ di tempo, per cui ho recuperato il primo paio di auricolari rivenuto in casa e ho lasciato che la riproduzione casuale del mio telefono facesse il resto.
“What I’ve done” è scoppiata nelle mie orecchie mentre il vento mi si scagliava dritto in faccia, e per un attimo mi sono sentita finalmente libera da quel peso opprimente che non ne voleva saperne di lasciarmi andare.
Poi sono tornata a casa e ho letto quel che è successo.
È stato come se quel peso, da flebile e impercettibile che era, si riversasse su di me in un colpo solo, schiacciandomi sotto a una marea di pensieri sconnessi.

Non tu, non ora, non puoi.
Perché.
Non è giusto.
Credo di non essere riuscita a comporre un solo pensiero di senso compiuto per ventiquattro ore.

Doverti dire addio è come dire addio a una parte insostituibile della mia vita.
Per diciassette anni ogni canzone dei Linkin Park ha sempre parlato di me e delle mie battaglie. Per ogni momento di sconforto, di rabbia, di nostalgia, per ogni emozione a cui non riuscivo a dare un nome, esisteva un pezzo che raccontava perfettamente quel che stava succedendo nella mia testa.
Da quando te ne sei andato tutto si è ribaltato, da qualche giorno ogni canzone parla sempre e solo di te: mi rendo finalmente conto che chi sapeva leggermi dentro così bene non poteva che essere una persona che stava combattendo contro gli stessi demoni, ma mille volte più grandi.
Leggo in ogni strofa il tuo tormento, in ogni urlo il tuo grido d’aiuto.
Non saprò mai spiegarmi perché in questo mondo così complicato l’arte è una compagna inseparabile della depressione. Perché i fantasmi che ci perseguitano e distruggono ci portano al contempo a creare qualcosa di meraviglioso che riempie il cuore a tante persone e salva le loro vite.

Sono cresciuta con te, come quasi tutti quelli della mia età, e hai accompagnato le mie notti insonni, le mie storie d’amore e tutti quei momenti in cui le emozioni valevano molto più della ragione. Perdere la tua voce è come perdere quella parte di me così ingenua, pura e disillusa che usava la musica per mettere a tacere le sue ansie e i suoi complessi.

Forse potevamo salvarti, o forse no. Non sta a me deciderlo.
Per quanto non abbia mai giustificato il suicidio e mai lo farò, non riesco ad essere arrabbiata con te.
Questa è la misura di quello che mi hai lasciato, Chester. Di quello che hai lasciato a tutti noi.

Ci mancherà sempre la tua voce.
E in questi giorni, dopo tanto tempo, le emozioni hanno vinto di nuovo sulla ragione.
Cercherò di non perderle mai più di vista da ora in poi.

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