Dark: è tutto collegato

Noi siamo convinti che il tempo sia qualcosa di lineare, qualcosa che procede in eterno e in maniera del tutto uniforme, qualcosa di infinito. In realtà, la distinzione tra passato, presente e futuro non è niente altro che un’illusione. Ieri oggi e domani non sono momenti che si susseguono e sono uniti in un circolo senza fine. Ogni cosa è collegata.

Voce narrante all’inizio della serie

Oggi è uno di quei giorni in cui credo che i soldi che ogni mese pago a Netflix siano effettivamente tra le spese migliori che io potessi fare (libri a parte).

Oggi è uno di quei giorni in cui ringrazierei e maledirei contemporaneamente Netflix per avermi fatto trascorrere gli ultimi due giorni completamente incollata allo schermo.

Oggi è uno di quei giorni in cui sono felicissima di poter annunciare che una nuova serie è entrata nella mia top 10.

Dark è un piccolo gioiellino che, ahimè, rimarrà incompreso da molti e sarà catalogato come un niente di che, un qualcosa che si capisce poco. E se davvero dovesse rimanere così incompreso sarebbe un vero peccato. Dark è la prima produzione di Netflix interamente tedesca: cast tedesco (tra i tanti, Louis Hofmann – Tom Sawyer, Lettere da Berlino; Oliver Masucci – Lui è tornato), dialoghi originali tedeschi, regista tedesco (Baran Bo Odar). Insomma: tutto Made in Deutschland. Questa forse è una delle cose che rende scettici, dopotutto siamo sempre stati abituati a produzioni per lo più statunitensi e britanniche, chi avrebbe mai pensato di appassionarsi ad una serie tedesca se Netflix non l’avesse messa nel catalogo? Io no, per i motivi citati una riga sopra, tristemente veri.

Ebbene, Dark è uno dei prodotti meglio riusciti di Netflix. Ha toccato, in me, corde che solo due altri prodotti erano riusciti a toccare fino ad ora: Lost e Donnie Darko.

Non è stato un compito facile, credetemi. Anzi, quando l’ho iniziato avevo paura che mi avrebbe delusa, che le mie aspettative, date dalla critica che lo aveva definito come vicino a Lost, potessero essere miserabilmente distrutte. Ero titubante e lo sono stata fino alla fine del secondo episodio. Poi ho capito. Ho capito che questa serie aveva tutte le carte in regola per essere una serie d’eccellenza, una serie diversa, una serie bella come poche prima di lei.

Prima di andare avanti, devo fare una premessa. Seguiranno spoiler su Lost visto che pare che al mondo esista ancora qualcuno che non l’ha guardato (se è così, un po’ ve li meritate pure). Il mio amore viscerale per Lost è risaputo, ma pochi sanno che le mie stagioni preferite sono la quarta e la quinta, ovvero quelle in cui i protagonisti iniziano a fare avanti e indietro con il 1977. Quegli episodi in cui Charlotte dice a Daniel Faraday di ricordarsi di averlo già conosciuto da piccola, mentre lui era adulto.

I loop temporali mi hanno sempre affascinata. Il fatto che sia il futuro ad influenzare il passato lo trovo estremamente significativo, come a dire che tutto sia mosso da qualcosa, qualcosa che a volte prende il nome di destino, altre di fato, altre di caos.

Ecco, Dark è un po’ come la quarta e la quinta stagione di Lost. Ed è per questo che l’ho amato. La narrazione procede con calma, ma mai troppo lenta. Il mistero c’è ed è fitto, ma è anche semplice da risolvere una volta entrati nell’ottica. Nulla è scontato, solo lineare. Paradossalmente, nonostante l’affermazione basilare attorno alla quale ruota l’intera serie è che il tempo non è lineare, la narrazione lo è e lascia poco spazio ai dubbi.

I nodi principali vengono sciolti quasi tutti al termine del decimo episodio, ma diversi interrogativi vengono lasciati lì quasi a suggerire la necessità di una seconda stagione.

Ad essere sincera, non so quanto vorrei una seconda stagione. Dark risulta perfetta così com’è, con i suoi salti temporali ben delineati, i suoi attori bravissimi, le storie dei suoi protagonisti e la sua fantastica colonna sonora. Oserei dire che una seconda stagione potrebbe rischiare di rovinare l’atmosfera della prima, ma alla fine si sa, stiamo parlando di Netflix, e difficilmente potrebbe rovinare uno di quelli che, ad oggi, potrebbe essere considerato un suo capolavoro.

Il filo invisibile del destino percorre tutti i dieci episodi, accompagnando la narrazione e i personaggi avanti e indietro come un’onda, e collegandoli tutti, uno ad uno, con la storia. Il tempo non esiste, in Dark. Il tempo non è nulla ma allo stesso tempo è tutto: è la speranza e la disperazione, è la felicità e la tristezza, è la paura e la sicurezza. La domanda, come dice Mikkel, non è Dove, ma Quando. Ma Quando non è poi così rilevante. Ciò che accade nel 2019 ha ripercussioni sul 1986 e sul 1953.

[Seguono spoiler su Dark, se non l’avete visto, abbandonate la lettura ora]

La perdita di Mikkel nel 2019, porta Urlich a sospettare di Helge, sempre nel 2019. Ed è proprio questo che fa sì che Helge diventi ciò che è, nel 1953. E se Helge nel 1953 non fosse diventato l’Helge che abbiamo visto, forse nel 1986 non sarebbero iniziati gli esperimenti che hanno portato alla scomparsa di Mads nel 1986 e a quella di Eric nel 2019. Ma chi è stato ad iniziare? Chi ha dato il via a tutto? Il bambino scomparso nel 2019 o il bambino del 1953 sfigurato da un uomo venuto dal futuro? Qual è la risposta a tutto questo?

Non vi è una risposta. Ce lo fa notare Noah, alla fine. Il fatto è che tutti crediamo che se potessimo tornare indietro nel tempo, allora potremmo cambiare qualcosa. Ma non è così. Se, infatti, potessimo tornare indietro nel tempo, non faremmo altro che quello che siamo destinati a fare e, paradossalmente, non cambieremmo proprio niente. Anzi, ogni cambiamento che penseremmo di poter apportare, farebbe già parte del nostro destino. E questo ce lo dimostrano in tanti. Da Mikkel a Urlich, da Jonas a Helge.

Dark è una serie dal ritmo persistente, dalla musica penetrante, una serie che ti entra dentro e che non riesci ad espellere. Una serie in cui basta la sigla per fartene innamorare perdutamente. Una serie che non vedi l’ora di finire per avere tutte le risposte, ma quando arrivano gli ultimi cinque minuti vorresti che non finisse più. Sì, perché oltre a questa valanga di emozioni e di rivelazioni, qualche domandina Dark ce la lascia e siamo comunque costretti ad attendere la seconda stagione.

 

È una serie che funziona, nonostante l’assenza di un elemento alla Stranger Things. A Dark manca la comicità coinvolgente dei giovani protagonisti dell’altra serie di punta di Netflix, ma riesce comunque a funzionare a non cadere nel paragone, sebbene dopo i primi due episodi il paragone sia inevitabile (insomma, una cittadina, una centrale che fa cose losche, un bosco, bambini e adolescenti). La paura che Netflix potesse essere caduto nel circolo vizioso di creare serie tv simili tra loro, ad ogni modo, è venuta meno dopo il secondo episodio. Per fortuna.

L’unica (e sottolineo unica) cosa che mi ha lasciata perplessa è stata la sequenza finale benvenuto nel futuro, che a mio parere ha abbassato leggermente la qualità di tutti gli episodi precedenti. Non è stato un semplice cliffhanger ma quasi una parafrasi molto diretta e poco interessante di “ora vi facciamo una seconda stagione”. Ma li perdono, dieci episodi fantastici non possono essere cancellati da una frase.

Di seguito, le domande a cui, alla fine della prima stagione, manca una risposta:

  • Innanzitutto, non ci è stato completamente spiegato il ruolo di Noah. L’unica cosa della quale sono sicura è che sia il nonno di Ulrich (sua nonna, nel 1953, afferma di essere stata sposata con un prete ma che lui avesse poca fede, e subito dopo viene inquadrato Noah).
  • Poi, perché Michael/Mikkel si è ucciso? Non sopportava l’idea di coesistere (ormai da dodici anni) con sé stesso bambino? Provava disagio a rivedere la sua famiglia e a sapere come sarebbe andata? O c’è qualche altro motivo che non ci è stato svelato?
  • Quando old-Jonas aziona la macchina del tempo credendo di distruggere il wormhole, creando invece l’effetto opposto, cosa succede a Helge bambino, che si ritrova nel bunker degli esperimenti? Resterà fermo lì nel 1986 o tornerà indietro? Sarebbe impossibile che restasse lì perché altrimenti come potrebbe Helge avere un figlio adolescente in quegli anni?
  • E, sempre nello stesso frangente, cosa succede a Jonas quando si ritrova nel futuro? Si ritroverà nel futuro precedentemente citato da old-Jonas e inizierà il suo stesso percorso che poi lo porterà a pensare di poter cambiare le cose tornando indietro e distruggendo il wormhole, quando invece causerà di nuovo lo stesso effetto?
  • Inoltre, cosa ha detto Klaudia anziana al figlio di Helge e al padre di Urlich? Il padre di Urlich sembrava convinto che avrebbero potuto risparmiare Mads, ma in che modo? Klaudia è convinta che il passato possa essere cambiato, ma Noah dice a Bartos (a proposito, di cosa stavano parlando?) che è impossibile e che Klaudia ha torto.
  • Chi è il poliziotto con la benda, che alla fine si vede parlare al telefono con Noah? L’unica supposizione che ho da fare è che si tratti di qualcuno che abbia preso parte ad uno degli esperimenti di Noah e che possa aver subito solo lievi danni anziché l’esplosione di entrambi gli occhi. Ma di chi si tratta? Di qualcuno che abbiamo già visto o di qualcuno che è venuto dal futuro?
  • Ultimo quesito: se il giovane Urlich ha incontrato suo figlio Mikkael proprio davanti casa sua, e come lui altri personaggi hanno incontrato Mikkael e poi Jonas, possibile che non se ne siano ricordati nel futuro, come Charlotte ha fatto con Daniel in Lost?

Possiamo provare a rispondervi, a fare congetture, ad inventare. Ma la realtà è che vorremmo immediatamente entrare in un warmhole e andare nel futuro a vedere la seconda stagione già da ora. Perché poi l’abbiamo imparato: è tutto collegato.

La distinzione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione ostinatamente persistente.

-Albert Einstein

2 commenti

  • Beppe ha detto:

    Mi trovo generalmente d’accordo con te su molti punto, specialmente sul tuo parere sulla scena finale (davvero poco interessante, avrebbero potuta giocarsela molto meglio, così non lascia praticamente dubbi su quello che vedremo). Inoltre, tutto quell’After Effects nell’ultima puntata quando per nove puntate hanno impostato tutta l’atmosfera sull’iperrealismo delle inquadrature l’ho mal digerito.

    Ciononostante, gran bella serie, sono solo molto pessimista sulla qualità della prossima stagione.

    Inoltre, ti faccio notare che in una delle scene fimali, Jonas guarda lo schema di Klaudia e lui non é collegato in alcun modo allo “straniero” che dice di essere Jonas da grande.

    • Giulia Di Felice ha detto:

      Innanzitutto grazie per aver letto la recensione e per aver commentato.

      Una seconda stagione, per me, rischierebbe di cadere nel banalissimo loop (scusa il gioco di parole) dei viaggi nel tempo “a piacere”. Per la serie “dai, andiamo dieci minuti nel passato a combinare qualcosa”, quindi ho paura. Ma allo stesso tempo, appunto, vorrei rispondere a quei quesiti (nonostante mi piacciano anche le cose lasciate in sospeso).

      Per quanto concerne l’immagine finale, mi pareva di aver notato che Jonas fosse collegato all'”old Jonas” tramite un filo rosso, mentre gli altri erano collegati con un filo bianco.

      Ovviamente sono solo supposizioni, ma io personalmente tenderei a credere che sia lui, perché altrimenti non trovo altri personaggi che possano ricoprire quel ruolo. Obiettivamente tenere la lettera con se sarebbe stato l’unico modo per poterla ridare a se stesso nel futuro, non penso che ci volessero fuorviare con questa rivelazione.

      Ma, di nuovo, non possiamo saperlo (ancora)!

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