Donne e informatica: perché continuiamo ad essere una minoranza

Donne e informatica

Quando iniziai timidamente ad affacciarmi al mondo IT, ormai quasi due anni fa, ero ancora saldamente ancorata al pregiudizio che considera donne e informatica due universi inconciliabili.
La matematica non è mai stata il mio forte, ed è opinione comune che chi non è bravo in matematica non potrà mai diventare un buon programmatore.
Inebetita da questo paletto mentale, mi limitai a specializzarmi nei campi meno “logici” e più creativi, come il web design, la SEO e i social media.

I miei colleghi uomini erano in grado di risolvere qualsiasi problema con poche righe di codice ed io ero convinta che non sarei mai e poi stata alla loro altezza.
Non avevo mai conosciuto programmatrici donne, sviluppatrici donne, consulenti IT donne. Un motivo ci sarà, mi sono detta. Si vede che non è roba per noi.

Eppure più andavo avanti e meno mi sentivo soddisfatta del mio lavoro. Mi rendevo conto che molti dei progetti che volevo realizzare richiedevano la conoscenza dei linguaggi di programmazione che avevo inserito nella lista off limits.
Più palesavo il mio desiderio di approfondire lo sviluppo web e più incontravo uomini che mi ricordavano quanto fosse difficile, quanto io non avessi né le competenze né un titolo di studio adatto, quanto il settore fosse ormai un’oligarchia maschile. Mi facevano sentire come in procinto scalare una montagna troppo alta e troppo ripida, dalla quale sarei solo potuta cadere rovinosamente.

Come siamo arrivati a questo punto?

Non ho potuto fare a meno di chiedermelo dopo l’ennesimo parere demotivante ricevuto. Perché si è diffusa una tacita diffidenza verso le donne nel mondo dell’informatica? Quando abbiamo cominciato a considerarlo un settore a totale appannaggio maschile?
Ho voluto approfondire la questione ed ecco cosa ho scoperto:

Una minoranza sempre più esigua

donne e informaticaLe donne non sono che una piccola frazione, più o meno pari al 15%, del totale dei dipendenti nell’industria tecnologica. Questa percentuale, contro ogni aspettativa, anziché aumentare non fa che decrescere di anno in anno.
Il picco di donne impiegate nel mondo informatico è stato raggiunto nel lontano 1989 e da allora è in lento ma inarrestabile calo. Perché?

Solo in Italia, all’Università Ca’ Foscari di Venezia, nell’anno accademico 2010/2011 le ragazze immatricolate a percorsi di laurea connessi all’ICT sono state soltanto il 15,55% su 926 nuovi iscritti: esattamente 144 rispetto ai 782 colleghi maschi. (fonte)

Da un sondaggio svolto dal Los Angeles Times su un campione di donne americane impiegate nell’IT emerge quanto le ragazze si affaccino al mondo dell’informatica piene di entusiasmo e ambizioni, ma si scontrino con l’atteggiamento indisposto e lascivo dei loro pari. Molte di loro si laureano nelle più prestigiose università, sono coscienti della supremazia maschile del settore e confidano nel fatto che il loro approccio serio e professionale abbatterà ogni forma di sessismo.

Nei primi anni delle loro carriere rimangono felici e ambiziose, registrando ottimi risultati sul posto lavoro, ma con il passare del tempo il loro morale si abbassa: non hanno figure di riferimento femminili né colleghe con cui confrontarsi e il 66% di loro riporta di aver subito molestie sessuali o testimonia averle viste su altre.
La metà delle donne che hanno risposto al sondaggio affermano di essere state trattate con atteggiamento ostile, umiliante o condiscendente. Un terzo di loro sostiene che i superiori siano molto più amichevoli e di supporto con i colleghi maschi.
Molte riferiscono di essere state incoraggiante a spostare il loro focus su mansioni di supporto, decisamente meno prestigiose, con meno possibilità di carriera e ovviamente con una retribuzione più bassa.

Un’analisi condotta nel 2014 dal sito Glassdoor ha concluso che le donne impiegate nell’informatica percepiscono stipendi più bassi rispetto ai colleghi uomini che svolgono le medesime mansioni – il gap è intorno al 12%.

Il numero di donne che lasciano il loro lavoro nel campo nell’informatica cresce di anno in anno. Non lo fanno per ragioni familiari o per maternità (nessuna di loro ha citato queste motivazioni nella lettera di dimissioni), ma perché profondamente insoddisfatte della loro paga e della mancanza di opportunità di crescita. Le donne nell’IT che decidono di andarsene (molto spesso a metà della loro carriera) hanno quasi tutte un titolo di studio magistrale, il che suggerisce che siano anche le più qualificate.
Una volta lasciato il settore, difficilmente vi fanno ritorno.
Preferiscono dedicarsi a mansioni come il customer service o il back office.

Come ribaltare questa tendenza?

La questione è più sentita che mai soprattutto dalle multinazionali tecnologiche (Google e Microsoft, per citare le più conosciute), che periodicamente promuovono borse di studio in favore delle studentesse di informatica e incoraggiano l’assunzione di figure femminili per colmare il divario di genere.

Qui in Italia, a mio parere, è necessario prima di ogni altra cosa sfatare i miti. O, per dirla in gergo, effettuare un massiccio downgrade.

  • Il fatto che chi non capisce la matematica “scolastica” non sia qualificato per lavorare nell’ICT è una colossale bugia. Una mente analitica troverà indubbiamente meno ostacoli nel programmare, ma è anche vero che il codice è creatività e spesso richiede più inventiva che logica. La matematica presente nei linguaggi di programmazione è profondamente diversa dall’approccio scolastico alla materia e ogni operazione permette di creare qualcosa di definito e concreto.
  • Il codice non è un mostro a sei teste comprensibile e decifrabile solo dai nerd, come molta gente che conosco erroneamente crede. Un linguaggio di programmazione si apprende esattamente come una nuova lingua. Ha le sue regole, le sue strutture, la sua sintassi. E una volta assimilati questi aspetti diventa molto meno spaventoso.
  • Nel prossimo decennio le offerte di lavoro nel mondo ICT triplicheranno a fronte della sempre crescente digitalizzazione delle aziende. Studiare informatica significa garantirsi un futuro lavorativo quasi certo in ogni parte del globo.
  • Non è strettamente necessario avere una laurea o un titolo di studio attinente al settore. L’esperienza personale e la voglia di continuare a formarsi vengono tenute in larga considerazione dai responsabili alle selezioni. Il web straripa di tutorial: muovere i primi passi è solo questione di volontà!

Da dove iniziare?

Esistono da qualche anno numerose organizzazioni no profit sparse in giro per il mondo il cui scopo è facilitare l’entrata delle donne nel mondo dell’informatica. Le tre principali sono Women who code, Girls who code e She++.
Hanno network dislocati in varie località del mondo, formati da volontarie che decidono autonomamente di aggregarsi per studiare insieme e supportarsi a vicenda. In Italia sfortunatamente ancora non ne esiste uno, ma sto cercando, a piccoli passi, di formarlo. Chi fosse interessata a farne parte può scrivermi qui.

Per chi non può frequentare né l’università né una scuola di specializzazione esistono numerosissimi corsi online open source. Il più ricco e completo è indubbiamente The Odin Project, pensato per chi approccia per la prima volta al mondo dello sviluppo web.
Ha anche un gruppo di studio su Facebook, che trovate qui.

Le risorse disponibili sono innumerevoli. Il vero ostacolo, ora, è abbattere i limiti mentali.

6 commenti

  • Stella ha detto:

    In Italia è un problema di approccio, come hai detto tu. Le donne non vengono mai incoraggiate a fare certi lavori… eppure l’approccio di una donna verso l’informatica è pari o persino migliore di quello di un uomo. Siamo più empatiche e risolviamo i problemi senza troppe difficoltà.

  • Francesca ha detto:

    Leggo solo ora, a distanza di un anno esatto dalla pubblicazione dell’articolo.
    Non saprei quanto siano le donne a essere ostacolate, o quanto siano le donne stesse a ostacolarsi (complici certe visioni stereotipate cui siamo sottoposte fin da piccole che ci vogliono arrendevoli e sottomesse). Credo sia davvero difficile da determinare. Con le IT ho sempre avuto un ottimo rapporto, sebbene abbia alle spalle studi classici e un percorso accademico\professionale da umanista. Da 7 mesi, fresca di phd, sto rielaborando la mia professione da archeologo a informatico, creando una chimera, il “digital archaeologist”…
    Non trovo ostacoli, anzi, colleghi e superiori (tutti rigorosamente maschi) sono ben felici che qualcuno si cimenti in una materia che loro, da umanisti convinti, detestano. Vediamo che succede. Vi terrò aggiornati.

    • Susanna Marsiglia ha detto:

      Grazie per il tuo commento Francesca, amo sempre leggere queste storie di “interdisciplinarità” tra l’IT e altri campi.
      La figura dell’archeologo digitale è un ossimoro fantastico e sono felice di sapere che non stai trovando ostacoli nel tuo percorso. Portare un po’ di rappresentanza femminile in questo mondo è sempre positivo, specie in un settore molto fossilizzato sui vecchi canoni come il tuo.
      Se ne hai voglia scrivici tramite la sezione Contatti del sito, ci piacerebbe moltissimo leggere un tuo guest post riguardo a quest’esperienza!

    • Tiziana Ferreri ha detto:

      Ciao Francesca, volevo solo dirti che non e’ affatto strano quanto ti e’ accaduto, infatti gli uomini che hanno una formazione umanistica si sentono “intimoriti” da una donna che si avventura in campi decisamente “maschili” e quindi, fanno vedere che ti apprezzano, ma, dentro di loro ti odiano. Io, che ho una formazione umanistica come te e che sto cominciando ad approcciare il campo dell’informatica ho ricevuto solo odio, discriminazioni palesi e tentativi di umiliazione.

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