Harry Potter and the Cursed Child – un ritorno necessario?

Harry Potter and the Cursed Child – un ritorno necessario?

L’emozione di entrare in una libreria e chiedere “avete l’ultimo Harry Potter?” è indescrivibile. Dopo nove anni da “I Doni della Morte”. Dopo diciannove anni da “La Pietra Filosofale”. Potrà anche non essere all’altezza del resto, ma non mi interessa. E una volta alla cassa, al commesso mi ha chiesto “era tanto che aspettava?” avrei risposto qualcosa tipo “dopo tutto questo tempo SEMPRE E COMUNQUE”

Questa, la mia prima reazione immediatamente dopo aver acquistato Harry Potter and the Cursed Child.

Successivamente, complice il fatto di essere un testo teatrale quindi privo di descrizioni e introspezioni, l’ho divorato in pochissimo tempo. Si legge che è una meraviglia. Alla fine, rimastomi tra le mani, l’ho guardato e ho pensato: ma era davvero necessario?

Non so voi, ma io avevo letto gli spoiler sulla trama e non mi erano piaciuti affatto. Viaggi nel tempo? Ma stiamo scherzando? In Harry Potter non ci sono viaggi nel tempo, a parte ovviamente quella piccola parentesi ne il Prigioniero di Azkaban. Una figlia di Voldemort, poi, bah. Il figlio di Harry in Serpeverde e amico con nientepopodimenoche il figlio di Draco Malfoy. Proprio non ci siamo. Eppure, per correttezza nei confronti di chi mi ha dato tanto, per correttezza nei confronti della mia infanzia e per curiosità, l’ho comprato.

Averlo tra le mani mi ha comunque emozionata, nonostante fossi la persona più scettica di questo mondo a riguardo. Poi, qualche tempo prima, una persona di mia conoscenza e che è pazza per questa saga tanto quanto me, se non di più, mi aveva detto che l’opera vista a teatro era stata fenomenale, magia pura, parole sue. Allora ho deciso di dargli una chance. Complice anche la mia devozione a questa saga.

L’ho iniziato, e più andavo avanti con la lettura, più capivo cosa intendesse per magia pura. Ogni cosa ha un senso, in Harry Potter and the Cursed ChildOgni cosa che raccontata a voce potrebbe sembrare una sciocchezza, leggendolo ha senso, quindi, immagino, vedendolo avrebbe ancora più senso fino a raggiungere la perfezione.

Questo ottavo capitolo della saga di Harry Potter, vede come protagonista un altro bambino estraniato dal mondo che vive con un fardello non indifferente: è il figlio di Harry Potter, del grande Harry Potter, il bambino che è sopravvissuto, colui che ha sconfitto Voldemort, il mito di un’era. Essere figlio di Harry Potter, essere adolescente ed avere inoltre due nomi così importanti (Albus Severus Potter) non può che far di te una persona sulla quale il mondo intero ha milioni di aspettative. Insomma, un po’ di pressione questo bambino la sente.

L’opera si riapre al Binario 9 e 3/4, dove avevamo lasciato la famiglia Potter e la famiglia Weasley alla fine dei Doni della Morte nell’epilogo diciannove anni dopo. Ricordate? Quando la cicatrice non gli faceva male da diciannove anni. Tutto andava bene e il piccolo Albus, alla vigilia del suo primo anno aveva paura di essere smistato in Serpeverde. Ecco, ripartiamo da qui. Albus viene smistato in Serpeverde e già da qui ci sorge qualche domanda. Perché Serpeverde, se il Cappello Parlante avrebbe potuto tenere conto della scelta del bambino di non andare in quella Casa?

Molto probabilmente il tutto risiede nel fatto che, come suo padre anni prima, anche il piccolo Albus abbia trovato un grande amico sull’Espresso per Hogwarts e il suo subconscio abbia voluto restare con lui, poco importa che fosse destinato a far parte dei Serpeverde. Dopotutto, Serpeverde non vuol dire solo cattivo e questo lo abbiamo imparato conoscendo Severus Piton.

La vita di Albus prende una piega particolare quando inizia a percepire la forte pressione data dal suo nome, quando tutti quelli che lo incontrano lo guardano come un fenomeno da baraccone, il figlio di Harry Potter (cosa che sembra non accadere al fratello più grande, o probabilmente sembra non infastidirlo tanto quanto infastidisce Albus).

In questo modo, il ragazzo, che ormai giunge al suo quarto anno, nel pieno dell’adolescenza e stanco di essere identificato come il figlio di Harry Potter, dopo aver avuto un acceso diverbio con suo padre, compie una classica bravata da quattordicenne del mondo magico: dopo aver assistito ad una conversazione in cui Amos Diggory chiedeva ad Harry di utilizzare una Giratempo per riportare in vita Cedric, decide lui stesso, con l’aiuto di Scorpius Malfoy e della misteriosa Delphi Diggory, di tornare indietro nel tempo.

Non racconterò tutte le peripezie cui assistiamo, ma mi limiterò a dire cosa ne ho pensato e le similitudini che mi sono saltate agli occhi.

Albus è stanco di essere quello che è, ma non si rende conto della fortuna che ha. Suo padre, infatti, come tutti sappiamo, non ha mai avuto dei genitori ed è cresciuto da orfano in una famiglia che lo ha sempre maltrattato. Harry aveva trovato una casa in Hogwarts e agli occhi dei suoi figli l’aveva dipinta come il posto più bello del mondo. Forse per questo, Albus la detesta e detesta tutto di essa.

Harry, che fin dall’inizio sa che suo figlio Albus si senta solo tanto quanto lui stesso si è sempre sentito, crede di fare un gesto nobile regalandogli la copertina con cui fu trovato da piccolo, l’ultimo ricordo che ha della sua famiglia. Albus tuttavia non coglie questa sfumatura e vede nel regalo qualcosa di stupido, rifiutandolo.

Padre e figlio sono in netto contrasto, e i viaggi nel tempo di Albus sono un chiaro modo per mostrarsi migliore agli occhi del padre, per mostrarsi capace di qualcosa.

A quanti si sono chiesti perché in questo capitolo il figlio di Harry possa tornare indietro per modificare il passato mentre Harry non lo ha mai fatto nel corso di sette lunghi anni ad Hogwarts, viene data una risposta. Piccola, ma quasi efficace. Teoricamente, nessuna Giratempo avrebbe potuto portare indietro di anni, ma solo di poche ore. Solo quella utilizzata da loro, che poi scopriamo essere stata costruita proprio per questo, può riportare indietro di anni, ma solo per cinque minuti.

Una piccola risposta, dunque, a chi chiedeva perché non fosse mai stata usata per salvare i genitori di Harry.

Nel corso dell’opera, abbiamo modo di rivedere personaggi da tempo persi come Severus Piton, che in una realtà alternativa in cui Voldemort ha avuto la meglio, resta fedele ai suoi ideali e continua a combattere il male, da eroe qual è sempre stato.

Non incontriamo di nuovo Silente, ma assistiamo a vari faccia a faccia di Harry con il suo dipinto in cui Harry riversa su di lui ciò che ha sempre pensato e non è mai riuscito a dirgli. Gli dice che è colpa sua il fatto che lui sia cresciuto come un orfano. Gli dice che avrebbe potuto portarlo con sé senza lasciarlo dai Dursley. Gli dice che si è sempre nascosto dietro la scusa dell’amore mentre Harry combatteva le sue battaglie.

Notevole è anche il senso di colpa di Harry nei confronti di ciò che ha passato: spesso ricorda le persone che sono morte per lui e proprio alla fine, durante le ultime battute, ammette di andare spesso a visitare la tomba di Cedric per chiedergli scusa.

Harry, in fin dei conti, non è mai cambiato. Continua a compiere la scelta giusta decidendo di non uccidere Delphi, che si rivela essere la figlia di Voldemort, ma di consegnarla al Ministero e poi ad Azkaban, con grande stupore del figlio. Delphi stessa è anche lei una ragazza orfana, cresciuta senza i genitori, il cui unico, quasi banale, desiderio è quello di conoscere suo padre e per farlo vorrebbe impedire agli eventi di accadere bloccando l’uccisione dei Potter.

Albus confessa ad Harry di aver provato il desiderio di voler uccidere Delphi per tutto ciò che gli ha fatto passare, ed è lì che Harry ritira fuori, seppur con altre parole, la perla di Silente secondo cui non sono le nostre capacità a dimostrare chi siamo, ma sono le nostre scelte.

Ed è proprio al momento del faccia a faccia con Delphi che assistiamo ad uno dei momenti più tristi mai visti: Harry, tornato indietro nel tempo per salvare suo figlio, si ritrova ad assistere alla morte dei genitori per mano di Voldemort. La cosa particolarmente forte è che lui non può farci niente, avendo appreso che interferire con il passato cambierebbe qualsiasi cosa nel futuro. Harry è dunque costretto a vedere i suoi genitori morire, di nuovo, e a non poter fare nulla nonostante sia lì a due metri. Lascia quasi intuire che la sua decisione sia data dall’amore che prova per i figli e dalla paura che un piccolo cambiamento possa farglieli perdere.

Toccante è anche il momento in cui Albus racconta ad Harry di aver visto i propri nonni, nel passato, e gli svela di quanto Harry (da piccolo) fosse felice giocando con James: questa scena mi ha fatto scendere qualche lacrima, perché Harry ha pochissimi ricordi della sua infanzia e si può dire che suo figlio ne abbia più di lui.

Albus, come suo padre, esce da questa storia come vincitore proprio perché supportato dall’amore delle persone che gli sono vicine, lo stesso amore che Delphi, come Voldemort, ha sempre denigrato e schernito. La forte amicizia stretta con Scorpius, una specie di nuovo piccolo Ron un po’ meno impacciato, è la salvezza per Albus, che ricomincia a credere in qualcosa e torna ad apprezzare quel padre tanto famoso e a lui tanto distante.

Anche l’umanizzazione di Draco è servita, ai fini della trama. Non è mai stato totalmente cattivo, e questo lo sapevamo, ma scoprire quel suo lato umano, forse accentuato dalla perdita della moglie che ha voluto a tutti i costi dargli un figlio pur rischiando la vita, è stato bello e lo ha messo in una nuova luce. Nuovamente, ricordando, come sempre, che nessuno è solamente buono o solamente cattivo, ma tutti siamo buoni e cattivi allo stesso tempo, scegliendo tuttavia il lato migliore di noi stessi da mostrare agli altri.

Ora, alla fine di tutto ciò, qualche considerazione circa la storia in sé è da fare.

Qualche giorno fa ho letto una recensione, non ricordo di chi, vorrei citarlo ma non ricordo proprio, ma comunque ci tengo a precisare che il paragone che seguirà non è mio: questa ottava storia è un po’ come l’ultimo capitolo dell’ultimo libro della Torre Nera di Stephen King. L’autore, infatti, avvisa in quel caso il lettore che non è necessario andare avanti perché le avventure del protagonista sono terminate, e lo avverte che ciò che è stato trascorso fino a quel momento è stato bello proprio per la bellezza e la lunghezza del viaggio. Ma poi il libro continua, con una parte senza la quale il finale sarebbe comunque lo stesso. Ecco, The Cursed Child è proprio l’equivalente.

Non era necessario scriverlo, non era necessario sapere cosa stesse facendo Harry e come andasse o meno d’accordo con il figlio. Non era necessario che ci fossero questi salti nel tempo, non era necessario dare una figlia a Voldemort, mettendo in dubbio la sua completa incapacità di amare (voglio dire, ce lo vedete Voldemort a letto con Bellatrix? A me fa paura). Non era necessario saperne di più sulla famiglia Malfoy né tantomeno che Harry stesso rivisitasse momenti così terribili della sua vita.

Eppure è stato fatto. Probabilmente il tutto è solamente frutto di una grande nostalgia del passato trascritta in opera teatrale. Forse neanche J.K. Rowling è in grado di lasciarsi Harry alle spalle. Forse ritirare fuori Voldemort non è stata proprio una grande idea perché dopotutto era stato detto che diciannove anni dopo tutto andava bene. Ma nonostante ai fini della trama, per noi Potterhead, è stato veramente così inutile? Non ci ha portato alcuna gioia tornare al Binario 9 e 3/4? Non ci ha reso felici rincontrare i nostri compagni di viaggio, ormai cresciuti, e vedere che non sono cambiati, vederli più umani, più reali, non solo bambini ma adulti alle prese con veri problemi e veri pensieri? La risposta è, senza ombra di dubbio, . A me ha procurato grande gioia, tanto che avevo quasi paura di finire il libro.

Non sarà mai come il resto della serie. Nel mio cuore, non avrà mai il posto che ha avuto l’ultima pagina de I Doni della Morte, non mi ha fatta piangere per ore. Semplicemente, mi ha regalato qualche ora nuovamente in compagnia di Harry, mi ha fatto tornare indietro nel tempo a quando ancora ogni estate aspettavo l’uscita di Harry Potter, mi ha ricordato cos’è la magia, nonostante tutto.

E ha dunque preso il suo posto sullo scaffale, insieme al resto della storia, lì dove deve stare.

P.S. Non ho volutamente parlato del cast dell’opera teatrale in quanto avendola vista di persona non credo di poter dare giudizi.

P. P. S. Il titolo dell’opera tradotto in italiano sarà Harry Potter e la Maledizione dell’Erede. Tuttavia, di maledizione non vi è traccia. A chi è stata affidata la traduzione? Mi chiedo se, almeno, abbiano letto la trama dell’opera prima di tradurne il titolo, che, si sa, si traduce/scrive/inventa sempre alla fine.

Ventisette anni, interprete, traduttrice, appassionata di viaggi e letteratura e con il sogno nel cassetto di diventare scrittrice. Nel frattempo scrivo racconti nell'attesa dell'ispirazione per creare qualcosa di migliore, venero i ravioli cinesi e mi drogo di serie TV.

Commenti

2 Commenti
  1. posted by
    Brodie
    Set 2, 2016 Reply

    Hello.This post was extremely interesting, particularly
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    • posted by
      Giulia Di Felice
      Set 7, 2016 Reply

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