La Casa di Carta e il vizio di definire qualsiasi cosa “capolavoro”

La Casa di Carta e il vizio di definire qualsiasi cosa “capolavoro”

Ho notato questa tendenza degli ultimi anni a definire “capolavoro” qualsiasi cosa offra un minimo di intrattenimento. E se pensiamo che l’intrattenimento è praticamente (quasi sempre) la base di un prodotto per la TV, allora forse le cose ci stanno sfuggendo un po’ di mano.

Il “capolavoro” degli ultimi mesi è una serie nata in Spagna e trasmessa per la prima volta da maggio a novembre 2017, mese in cui Netflix ne ha acquistato i diritti facendola entrare anche nei nostri abbonamenti: La Casa di Carta.

Fondamentalmente, la serie tratta di un gruppo di otto semi-criminali che vengono reclutati da un uomo che si fa chiamare Il Professore per compiere la più grande rapina di tutti i tempi: barricarsi nella Zecca di Stato e stampare soldi fino a raggiungere quota 2,4 miliardi di Euro. Wow, figo (sul serio).

L’intera stagione, che si compone di due parti rispettivamente da 13 e 9 episodi, nella versione di Netflix, è basata sulla rapina, sul rapporto dei personaggi tra loro e con gli ostaggi, sull’operazione di polizia per riuscire a mettere fine a questo colpo. Bello, un espediente narrativo interessante (sul serio).

In sé, presa come serie TV nel vero senso della parola, La Casa di Carta ha una macrotrama interessante e un ritmo avvincente, alcune sequenze poi risulterebbero quasi ben fatte. Il problema, come al solito, sta principalmente nel pubblico. Sono bastati degli attori fisicamente niente male, dei personaggi pazzi senza alcun risvolto psicologico interessante e due-tre spari (corredati da una sceneggiatura poco probabile) per far acclamare questa serie come “capolavoro”, giungendo a paragoni terrificanti con serie TV già esistenti e che, volenti o nolenti, hanno segnato inesorabilmente il panorama televisivo non solo passato ma anche presente e futuro (vedi Breaking Bad, verso la quale ho delle riserve ma non posso di certo passare sopra al paragone tra il personaggio del Professore e quello di Walter White).

La Casa di Carta non è un capolavoro. È un prodotto fruibile, con un buon ritmo, una di quelle cose che ci si vede la sera per non annoiarsi quando non si vuole pensare troppo, ma non è un capolavoro. Ci sono dei personaggi interessanti, certo, come lo stesso Professore, come Berlino, come Nairobi. Ma il resto? Il resto, senza voler offendere nessuno, è semplicemente degno di una qualsiasi telenovela. E se fino a ieri gran parte del pubblico ha criticato Il Segreto, mi fa specie che ora si acclami La Casa di Carta come capolavoro indiscusso. Forse, la chiave perché una serie piaccia è semplicemente il suo acquisto da parte di Netflix rispetto a quello da parte di Mediaset.

Ma, d’altronde, la Spagna, così come l’Italia, non ha questa grande storia di serialità così come noi la intendiamo, ed è del tutto normale che questa serie abbia dei difetti o sia altamente stereotipata in alcuni aspetti. I richiami ai film sui rapinatori degli ultimi vent’anni sono interessanti e arrivano diretti (i vari Ocean’s Eleven, Twelve ecc, Inside Man solo per citarne alcuni), ma la strada da percorrere per giungere alla definizione di capolavoro è ancora lunga.

La sceneggiatura de La Casa di Carta è un mix di “che bello, sembra tutto curato nei minimi dettagli” e di “ma cosa state dicendo che avete trovato le sue impronte lì quando avete fatto vedere che portava i guanti?“. Per non parlare del finale che, a mio parere, snatura completamente l’idea dell’intera serie. E non parlo del modo in cui termina la rapina (anche se, insomma, anche lì…), ma del finale finale. Un misto di “ah vedi, lo fanno per un motivo, la resistenza, le banche, ha un senso” e “sì ma alla fine il senso qual era? Forse in fase di montaggio si sono persi un pezzo di spiegazione”.

Sembra quasi che la definizione di capolavoro consenta in qualche modo di giustificare i propri gusti. “No, scusa se sto incollato alla tv, ma sto vedendo un CAPOLAVORO”. Non funziona proprio così, altrimenti tutte le serie tv sarebbero capolavori. Sarebbe un capolavoro Pretty Little Liars (serie per cui ho portato lo streaming con me anche in vacanza), sarebbe un capolavoro Once Upon a Time (che io amo incondizionatamente, ma riconosco avere dei grandissimi difetti), sarebbe un capolavoro 13 Reasons Why (e il motivo per cui non credo che lo sia ve l’ho spiegato qui). Se tutte queste serie fossero un capolavoro, dunque, i veri capolavori della serialità non sarebbero tali.

Attenzione, ci tengo vivamente a precisare che personalmente opero sempre una suddivisione netta tra oggettività e soggettività. Come posso soggettivamente ritenere che una serie come Breaking Bad non sia tra le mie preferite in quanto a trama, NON posso, oggettivamente, non citare il suo indiscusso valore dal punto di vista tecnico e recitativo; al contrario, posso sicuramente ritenere Game Of Thrones una delle migliori serie TV degli ultimi anni, ma a livello tecnico mai e poi mai la paragonerei a Lost.

La Casa di Carta non è un capolavoro, è una semplice serie TV, e ciò non la rende meno degna di altre serie TV di essere seguita o ammirata. Non possono esistere solamente capolavori, abbiamo bisogno di trame leggere, poco intricate, anche di qualche difettuccio di sceneggiatura. Anche di trame improbabili, talvolta e di finali altrettanto improbabili. Ci può anche piacere la trama, nonostante la sceneggiatura abbia i suoi difetti, ma questo non fa di una serie un capolavoro.

Scritto da

Giulia Di Felice

Ventisei anni, interprete, traduttrice, appassionata di letteratura e con il sogno nel cassetto di diventare scrittrice. Nel frattempo scrivo racconti nell'attesa dell'ispirazione per creare qualcosa di migliore e mi drogo di serie TV.

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