La vita di una farfalla

La vita di una farfalla

La vita di una farfalla è abbastanza breve, varia da qualche giorno a una settimana o due e, solo in alcuni casi, può raggiungere il mese di vita.
Così recitava l’enciclopedia. Una sfilza di parole fredde e demotivanti che di certo non riempivano le crepe di un ricordo già troppo in bilico tra incubo e ossessione. Le farfalle.
Se le era ricordate.

Ce n’erano a decine quel giorno. Vuoi la primavera, vuoi la giornata soleggiata, vuoi quel prato immenso e costellato di fiori gialli che si stagliavano fino all’orizzonte, le farfalle danzavano da sole o in coppia disegnando i loro colori nell’aria, sui fiori, sulla maglietta gialla di lei che forse avevano scambiato anch’essa per un gigantesco fiore. A ripensarci era uno scenario addirittura poetico, l’incipit perfetto di qualsiasi fiaba.
O forse di una tragedia.

Ci stava pensando da un po’, la scienza gliel’aveva confermato con le sue definizioni sterili: le farfalle di quel giorno, tutte le farfalle che avevano assistito al loro primo bacio celebrandolo con le loro danze, erano già morte. Tutte quante.

Questo fatto ben poco rilevante non significava assolutamente nulla, ma non smetteva di metterle addosso una tristezza incurabile. Erano morte insieme al loro amore.
Non c’erano più altri testimoni di quell’attimo, più nessuno oltre a loro due poteva sapere. Avrebbe voluto che lui l’avesse baciata in mezzo a una via affollata, in centro, all’ora di punta, così lei avrebbe potuto chiedere a tutti “l’ha visto anche lei? È successo davvero? Se lo ricorda?”.
Invece aveva scelto quel prato deserto, un sabato pomeriggio troppo assolato, un angolo di natura troppo lontano dal resto del mondo. L’aveva portata fuori dalla realtà, dove tutto poteva sembrare un sogno e anche un bacio, un bacio atteso da mesi, poteva trasformarsi in una fiaba irreale.

Così si faceva mille domande, si sedeva a riflettere anche per ore, fissava il soffitto ogni sera e rivedeva i suoi occhi troppo luminosi, risentiva le sue mani calde che le cingevano le guance e riascoltava l’eco delle sue risate forse un po’ forzate e rotte dall’emozione, per poi ritrovare le sue labbra che la sfioravano e quell’unico ricordo, una farfalla gialla che svolazzava sopra i loro corpi avvinghiati, era la sola nota di realtà che la sua mente aveva registrato. Il resto era cuore che usciva dal petto.
Le farfalle sono morte, si ripeteva. Forse la sera stessa, quando erano tornati a casa mano nella mano e si erano salutati con un abbraccio che sapeva di parole non dette.

Forse il giorno dopo, quando un messaggio un po’ troppo spoglio aveva iniziato a risvegliarle i primi dubbi. E’ successo davvero, mi ha davvero baciata, ho solo avuto le allucinazioni?
Forse una settimana dopo, quando rivedendosi i loro occhi seguivano strade opposte, le loro mani si curavano bene dall’incontrarsi, il sole era ben nascosto dietro a un cumulo di nuvole nere e il miracolo sembrava non fosse mai avvenuto.

Era la realtà, dove non ci sono solo prati fioriti ma anche città grige, dove le farfalle muoiono e un bacio non è una promessa, non significa amore eterno. Era il mondo fuori dai sogni.
Tornava in quel luogo molte volte. I fiori erano più gialli che mai, le farfalle non avevano smesso di colorare l’aria. Era tutto perfetto.
Ma non erano gli stessi fiori e le stesse farfalle di quel giorno. Lei non era la stessa, non più capace di provare quella felicità tanto pura e tanto ingenua, non più in grado di credere ciecamente nell’amore senza prima farsi mille domande.
Le farfalle sono morte. Con loro, sono morta un po’ anch’io.

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Scritto da

Luna Spenta

Perennemente in bilico tra vita e nostalgia. Scrivo di amore, di delusioni, di passione, e anche un po' di me.

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