Il Labirinto degli Spiriti: come chiudere perfettamente un ciclo

Il Labirinto degli Spiriti: come chiudere perfettamente un ciclo

Da lettrice accanita, ho sempre avuto un grandissimo rispetto per i libri, sia in senso morale che in senso fisico. Ma, alle volte, con i miei libri, ho delle piccole eccezioni. Sia chiaro che succede solo sui miei libri, e che solo io mi sento autorizzata a farlo su di loro. Lo facesse qualcun altro, su un mio libro, non lo perdonerei mai. Ho il vizio di non usare segnalibri ma di piegare la pagina, facendo la cosiddetta orecchietta al libro. Alcuni, spesso, lo vedono come un peccato mortale, ma per me è di vitale importanza: è come se instaurasse un legame ancora più profondo tra me e il libro che sto leggendo. Ma non solo. L’orecchietta non mi serve solo per tenere il segno. Ne faccio parecchie, piccole, nelle pagine che mi interessano di più, in quei passaggi che vorrei rileggere perché ho sentito particolarmente miei.

E ne Il Labirinto degli Spiriti di Carlos Ruiz Zafón, di orecchie ne ho fatte tantissime. Circa venti. Su 819 pagine. Il che vuol dire circa una ogni quaranta pagine. A significare, praticamente, che questo libro, ogni quaranta pagine, ha preso e mi è entrato nel cuore come un pugnale, o meglio, una penna stilografica, premendo sempre più a fondo.

A quasi dieci anni dalla mia prima lettura de L’Ombra del Vento, terminare questa piccola saga mi ha lasciata a fissare il vuoto per una ventina di minuti abbondante. Cosa ho letto?

Ma andiamo per ordine. Negli anni, abbiamo visto venire alla luce una serie di quattro libri, che sapevamo sarebbe terminata, appunto, con il quarto. Il comune denominatore di questi libri era il cosiddetto Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo particolare in cui, all’inizio de L’Ombra del Vento, Daniel Sempere viene portato dal padre. Anni dopo, è uscito Il Gioco dell’Angelo, un libro ambiguo e surreale, che proprio per questo suo tratto abbastanza incomprensibile, ho amato ancor di più de L’Ombra del Vento. Qualche anno dopo, è arrivato nelle nostre librerie personali Il Prigioniero del Cielo, il libro che, in tutta la serie, ho amato di meno, ma che, nonostante tutto, ho letto tutto d’un fiato nel giro di una giornata.

A novembre, infine, con pochissimo preavviso e dopo circa cinque anni dall’ultima pubblicazione, è finalmente venuto alla luce Il Labirinto degli Spiriti. L’autore ci aveva promesso che avrebbe ricongiunto tutti i fili della storia e lo ha fatto. Lo ha fatto in un modo che mi ha dato i brividi durante tutta la lettura. Lo ha fatto offrendoci diverse prospettive per guardare la storia di una famiglia e dei suoi segreti senza che potesse risultare banale.

Ne Il Labirinto degli Spiriti alcune rivelazioni arrivano così, di botto, senza che qualcuno avesse potuto pensarle prima. E quando arrivano, nel momento esatto in cui se ne ha bisogno, si resta lì ad occhi sbarrati, a pensare che forse, ma solo forse, lo si sarebbe potuto immaginare già da tempo.

Quest’ultima opera inizia con un avviso da parte dell’autore:

Questo libro fa parte di un ciclo di romanzi che si intrecciano nell’universo letterario del Cimitero dei Libri Dimenticati. I romanzi che compongono questo ciclo sono legati attraverso personaggi e fili argomentativi che gettano tra loro ponti narrativi e tematici, sebbene ciascuno di essi offra una storia indipendente e chiusa in se stessa. Le varie puntate della serie del Cimitero dei Libri Dimenticati possono essere lette in qualunque ordine o separatamente, consentendo al lettore di esplorare il labirinto di storie accedendovi da diverse porte e differenti sentieri, i quali, una volta riannodati, lo condurranno nel cuore della narrazione.

Ecco spiegato che ogni libro di questa tetralogia potrebbe, in effetti, essere letto separatamente. Però c’è un ma, a mio parere grande quanto una casa.

Leggendo Il Labirinto degli Spiriti prima de Il Gioco dell’Angelo, si perderebbe tutta quell’aura surreale che aleggia attorno al personaggio di David Martín e alla sua storia. Leggendolo prima de L’Ombra del Vento, si conoscerebbe già la triste fine di Julian Carax prima di averne esplorato la storia. Leggendolo prima de Il Prigioniero del Cielo, non si avrebbe tempo di conoscere bene Fermín e non si avrebbe tempo di elaborare la vera storia di Isabella.

Da questo momento in poi potrebbe sfuggirmi qualche spoiler, quindi se non avete letto (o finito) il libro e non volete spoiler, saltate a pie’ pari questa parte e ci rivediamo alla fine.

 

 

 

Sebbene la storia di quest’ultimo libro sia riassumibile nella risoluzione di un caso da parte di Alicia Gris, la vera storia continua ad essere quella della famiglia Sempere, che si intreccia inevitabilmente con tutti i protagonisti dei libri passati. Non mancano i colpi di scena, e come ci ricorda Julian Sempere, alla fine di tutto

Una storia non ha principio né fine, soltanto porte d’ingresso.

Ed è vero. Questa, l’ultimo libro, era la porta d’ingresso sulla verità. O sulle risposte che abbiamo sempre voluto. Per me, ad esempio, è stata tutta una grandissima risposta circa il libro che più mi era piaciuto, Il Gioco dell’Angelo. Se lo avete letto, saprete che si tratta di un libro enigmatico che si chiude in modo altrettanto enigmatico. L’immagine di David che riceve la visita del principale, l’editore Andreas Corelli, che gli consegna una bambina, Cristina, che altri non era se non la donna che lui credeva di aver amato in passato ma che era morta.

Sono nove anni che mi chiedo come fosse possibile che qualcuno potesse riportare in vita una persona, per di più da bambina. Sono nove anni che cerco di trovare della logica in quel libro, perché conoscendo Zafón non avrebbe inserito un tema del genere in questa serie. Sono nove anni che cerco di capire cosa sia veramente successo a David Martín e ora ne ho avuto la risposta.

David Martín, scrittore maledetto, la cui storia è centrale per la trama de Il Labirinto degli Spiriti, era pazzo. Era diventato pazzo, così pazzo da aver immaginato questo editore, che lui riteneva essere il diavolo in persona, e aveva immaginato gran parte di ciò che viene raccontato nel libro. Non esisteva alcun Andreas Corelli, esisteva solo la sua pazzia e il suo amore per la sua apprendista, Isabella, quella che un giorno sarebbe diventata la madre di Daniel Sempere. Martín, da semplice figura marginale, diventa il perno attorno a cui ruota la vicenda.

È lui, in realtà,  il vero padre di Daniel, sebbene non lo sappia o comunque non ne abbia la certezza. E quando Isabella muore, avvelenata da Mauricio Valls pur di salvare Martín dalla prigionia e dalla tortura, lo stesso Martín decide di vendicarsi di Valls. E lo fa aiutando la figlia di un altro scrittore maledetto perseguitato da Valls, scrittore introdotto ne Il Labirinto degli Spiriti Victor Mataix (autore, appunto, de Il Labirinto degli Spiriti). Aiutando questa giovane incinta, si rifugia con lei nella casa sulla spiaggia, quella che vediamo nella scena finale de Il Gioco dell’Angelo, e quando lei partorisce, purtroppo una bambina morta, la pazzia di Martín lo porta alla fine. Nella sua testa, infatti, egli pensava che la nascitura sarebbe stata una reincarnazione di Cristina, e vedendola nascere morta, decide di immergersi con lei dove né il cielo né l’inferno potranno mai trovarli. Ecco l’immagine di chiusura de Il Gioco dell’Angelo che perde i suoi toni poetici e romantici e si trasforma in un triste suicidio.

Scoprire che Daniel è in realtà figlio di Martín, a parer mio, ha reso questa storia ancora più verosimile. Isabella, nel suo essere stata infedele, è ancor più reale di qualsiasi altro personaggio. Dipingere il suo lato umano è stato un grande passo verso un totale realismo. Nessuno si sarebbe aspettato che fosse reale che, una donna innamorata di due uomini, prendesse la decisione giusta. Isabella è umana e come tale ha fatto degli errori, anche gravi. Non poteva essere dipinta solo come una santa, non se la sarebbe bevuta nessuno. E proprio per questo, però, mi ha fatto pena. Mi ha fatto pena leggerla impotente difronte a ciò che le stava succedendo. Vederla morire per aver provato a salvare qualcuno che amava, e vederla morire tra i rimorsi mentre aveva solo ventidue anni.

Quasi pensavo che alla fine dei giochi Daniel avrebbe fatto a pezzetti Valls. Forse con l’aggravante di aver torturato suo padre biologico. Invece mi ha colpito il fatto che lo liberi, consapevole del fatto che molto probabilmente sarebbe morto da solo, dimenticato da tutti. La fine che meritava. Daniel ne esce come una grande persona. Un uomo che non condanna sua madre per le scelte prese, ma anzi, dice a se stesso che avrebbe voluto conoscerla meglio. Un uomo che, scoperto il peggio, corre da suo padre e lo abbraccia. Perché nonostante in lui scorra il sangue dello scrittore maledetto di Barcellona Martín, resta sempre il figlio del libraio Juan Sempere, il padre migliore che potesse avere, come dice Isabella nel suo diario.

Lo stesso Juan mi ha fatto molta tenerezza. Sapeva di crescere un figlio biologicamente non suo? Lo sospettava? Non posso pensare che non sospettasse che sua moglie provasse qualcosa per Martín. Comunque sia, è stato un bel personaggio.

E come non parlare di Fermín Romero de Torres? Lo sputasentenze per eccezione, il miglior compagno di viaggio che Daniel potesse avere. Un uomo dalle mille risorse e dal cuore d’oro, che finalmente trova pace nella sua vita quando scopre che, anche non sapendolo, era riuscito a mantenere in vita quella bambina di cui aveva deciso di occuparsi. Alicia.

Ed è proprio Alicia ad essere importante in questo libro: entra nella vita dei Sempere ricollegando tutti i fili, svelando la verità e dando a Daniel modo di vendicarsi. È una specie di angelo. O di diavolo. Forse entrambi. Una donna forte, per la quale Julian, una volta cresciuto, darà il nome alla sua bambina.

La trama di quest’ultimo libro è un po’ ingarbugliata, diciamo che ci sono parecchie sotto-trame, ma proprio per questo è stato bello leggerlo. È stato bello rivedere, finalmente Julian Carax, anche se avrei voluto rivederlo parlare con Daniel.

Ecco, proprio per questo, forse l’unica cosa che non mi è completamente piaciuta, è stata la decisione di affidare a Julian Sempere la conclusione del romanzo. Avrei voluto sapere cosa pensasse Daniel della storia di David Martín e mi sarebbe piaciuto, appunto, vederlo interagire con Julian Carax. Ma forse il cerchio si è chiuso proprio così, con una nuova generazione e una bambina sulla strada del Cimitero dei Libri Dimenticati.

 

Gli spoiler sono finiti, ora potete leggere in pace.

È stato un finale splendido per una saga ancor più bella. Una serie di libri che penso rileggerò a non finire per cercare di immergermi ancor di più nella storia. E più leggevo questo libro, più mi sentivo di capire perché l’autore abbia deciso di non cedere diritti per la realizzazione di eventuali film

Il fatto è che io, la libreria di Sempere e Figli, me la immagino piccola e dalla luce soffusa. David Martín me lo immagino lì, nella sua torre, a scrivere libri nella sua mente mentre Isabella gli rompe le scatole. Julian Carax me lo immagino sul treno per Parigi mentre si lascia alle spalle la sua vecchia vita. Fermín me lo immagino con una voce roca ma particolare.

Ognuno di loro, nella mia testa, ha un volto poco definito, e vorrei che rimanesse così. Non è vero che l’indefinito è qualcosa di brutto. È proprio quello che mi fa immaginare, e mi piacerebbe che su questi libri continuasse ad aleggiare un’aura di totale surrealismo, in cui i personaggi hanno voce ma non hanno volto. Si muovono ma non vedo i loro visi, perché potrebbero essere chiunque e nessuno.

Scritto da

Giulia Di Felice

Ventisei anni, interprete, traduttrice, appassionata di letteratura e con il sogno nel cassetto di diventare scrittrice. Nel frattempo scrivo racconti nell'attesa dell'ispirazione per creare qualcosa di migliore e mi drogo di serie TV.

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