Lisbona: la mia ballata d’amore

Spazio e tempo dell’anima: ecco cosa mi aspettavo, ecco come amavo definire sei mesi fa il periodo che avrei trascorso a Lisbona, l’unico luogo in cui da anni ormai la mia anima si identifica. Un periodo sufficiente a guarire le ferite più profonde e meno visibili, il periodo ideale per apprendere un po’, di nuovo, a vivere. Solo Lisbona, d’altronde, avrebbe potuto riuscirci.

 

Non ho la più pallida idea di cosa sia “casa”: quel che so di certo è che è questa città la casa della mia anima, il porto sicuro dove tornare sempre per ristorare lo spirito durante le grandi traversate.

È il Grande Amore che, se sei fortunato, ti capita una sola volta nella vita e ti segna indelebilmente il cuore, rinchiudendolo in una cassaforte la cui combinazione resterà un mistero per i mille e più flirt che seguiranno.

 

È un Amore Infelice, come le più grandi storie d’amore di tutti i tempi. È una tragedia a cui, per natura, è negato un lieto fine.

Lisbona è il mio grande Amore, quello da cui non puoi fare a meno di tornare di nuovo e sempre, che ti attrae a sé con uno charme magnetico irresistibile.

È l’unico Amore che avrei voluto poter vivere “finché morte non ci separi”.

 

Lisbona è il mio grande Amore Non Corrisposto, quello che ti respinge con la stessa forza brutale attraverso la quale ti chiama a sé, quello che, senza neppure rendersene conto, non potrà fare a meno di spezzarti il cuore e poi, senza pietà, polverizzarne i cocci. L’Amore che inevitabilmente ti renderà infelice, ma che ti autoinfliggerai come condanna permanente, come punizione perenne, inseguendolo per il resto della tua esistenza, consapevole che sarà sempre il solo in grado di farti sentire “viva”.

 

Lasciare andare un Amore così è difficile: sai che ne uscirai devastata, a brandelli, inevitabilmente; non lasciarlo sarebbe, d’altronde, probabilmente peggio, perché significherebbe forse lasciarsi cullare dalla poesia del momento per vedersi sfiorire repentinamente vivendo d’istanti.

Allora, sarebbe forse il caso di rimuoverlo, quell’apostrofo.

Sarà dunque una presa di distanza la soluzione definitiva con cui sostituire questo “palliativo d’amore”? Provare a dare una risposta a una simile domanda è una responsabilità che non voglio prendermi.

 

Io, tuttavia, vado via. Sono costretta, Lisbona, mio Unico Grande Amore, a lasciarti, ancora una volta,

a dirti ancora una volta addio.

 

Vado via per crescere, per imparare a dare voce alla ragione, ogni tanto.

Vado via perché, d’altronde, scappare è ciò che mi riesce meglio.

Perché le tue acque sono, sì, il mio porto sicuro, ma non sono di certo fatte per accogliere le mie ruggini,

Perché anche le rondini d’inverno lasciano il bagliore del tuo cielo.

Ti lascio perché, per quanto doloroso, deve sembrare naturale al mondo.

 

Lo faccio di nuovo, e di nuovo, e di nuovo,

In balia di un destino che sembra divertirsi a strapparmi violentemente dalle le tue braccia

Dopo una sola stagione d’amore.

 

È difficile lasciarti, Lisbona. È straziante.
Lasciarti significa procurarsi una ferita mortale.

Eppure, oggi questo distacco è necessario,

Come per ogni forma di dipendenza.

 

Oggi lascio il tuo incanto per nuove destinazioni, per nuove sfide.
Poco decisa, forse,
Infelicemente innamorata, di certo,
Con la speranza sempre viva che un giorno, chissà,

Quello stesso destino burlone possa immaginare di trasformare il

Delizioso tuo veleno in linfa vitale per me.

 

Adeus, minha linda.

 

Lisboa, menina e moça, amada

Cidade, mulher da minha vida    

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