Perdere tutto in un istante: The Handmaid’s Tale

Agghiacciante, ansiogeno, triste. A tratti, la tentazione di interrompere l’episodio è stata forte. The Handmaid’s Tale è approdata sui nostri piccoli schermi da un paio di mesi, ma io l’ho scoperta quando era già al settimo episodio e da lì è partito il binge watching ossessivo compulsivo.

È stata dura, alle volte, lo ammetto. Determinate scene sono forti, crude, ti entrano dentro e ti stringono il cuore, ma l’importante è andare avanti, perché solo così si riesce a riflettere.

Cercherò di mantenere questa recensione abbastanza spoiler-free, mi limiterò a dare un quadro generale e a spiegare cosa ne ho pensato. Non che interessi a qualcuno, ma ad ogni episodio mi sono fatta delle domande un po’ diverse da quelle che ho letto in giro, specie di TV Time.

La serie, trasmessa sulla piattaforma Hulu e prodotta da Bruce Miller, è tratta dal romanzo Il Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood del 1985, romanzo di cui mi sono appropriata non appena terminato il primo episodio. Non l’ho ancora finito, ma devo dire che la serie sembra ben fatta anche se è stato apportato qualche piccolo cambiamento.

In un futuro non troppo lontano, gli Stati Uniti d’America non esistono più; al loro posto c’è Gilead un nuovo stato basato su valori tradizionali e conservatori (ma poi, tradizionali e conservatori di cosa?) di stampo dittatoriale e altamente distopico.

Dato l’alto tasso di inquinamento che ha rovinato il nostro pianeta, le nascite si sono ridotte al minimo e la fertilità è un pregio per pochi. Così, a Gilead, le poche donne fertili vengono usate in funzione di quello che, nell’ottica di questa nuova società, sarebbe il loro unico scopo: procreare.

Vengono così chiamate ancelle (handmaids nella versione originale) e ridotte al mero ruolo riproduttivo. Le ancelle vengono formate all’interno del Red Centre, viene insegnato loro ad obbedire al proprio comandante. Viene imposto loro di dimenticare e rinnegare il proprio passato, perché da peccatrici. Viene chiesto loro di indossare lunghe tuniche rosse e delle alette (sopra i capelli raccolti e nascosti) per non rivolgere il proprio sguardo direttamente alle persone circostanti, perché peccato. Viene insegnato loro come gestire il rituale dell’accoppiamento, che dovrà avvenire in modo pudico e alla presenza della moglie del comandante. Sì, perché le ancelle vengono inviate nelle famiglie di questi Comandanti per poter portare loro figli. E, come se già questo non fosse troppo, prendono il nome dell’uomo cui appartengono (brrrrr).

La protagonista, June, si chiama infatti Offred (Difred nella versione italiana) perché è assegnata al Comandante Fred Waterford.

In questa società, le ancelle vengono sottoposte a questo rito di accoppiamento nei giorni più fertili, vengono costrette a portare in grembo figli altrui, partorirli e lasciarli alla famiglia cui spettano (brrrr). Il tutto, ovviamente, senza il loro consenso.

Le donne di Gilead non possono leggere. Le donne di Gilead, anche le mogli dei comandanti, sono donne sottomesse che non devono fare altro che stare ai comandi dei propri mariti. È poco chiaro, nel corso della serie, come si sia giunti a questo punto, ma è abbastanza chiaro che i valori di riferimento non siano quelli prettamente cristiani (perché ad un certo punto si vede una chiesa venire smantellata) ma una specie di alterazione all’ennesima potenza di un credo ancor più bigotto che vuole prendere le Sacre Scritture alla lettera e torna a vivere in una specie di passato, in cui donna vuol dire peccato e l’uomo è il fulcro della vita famigliare e sociale.

Premettendo che sono cattolica e non contraria alle religioni, questo per me non ha senso. Perché si vede chiaramente che le motivazioni dietro l’instaurazione di questa società si nascondono dietro la religione, ma in realtà non hanno nulla a che vedere con essa. È semplicemente una forma di controllo, nulla di totalmente nuovo ed estraneo se ci pensiamo. In tanti, anche e soprattutto ai giorni nostri, giustificano con la religione cose che di religioso non hanno nulla.

Ecco che le riflessioni su The Handmaid’s Tale assumono tutt’altra connotazione, allora. Non mi riconosco quasi per niente in quelli che tendono a voler vedere, nell’ambientazione di questa serie, un rischioso futuro verso cui tutti ci stiamo dirigendo. Non lo penso per diverse ragioni, primo fra cui il fatto che, fortunatamente, sebbene in molti al giorno d’oggi sentano ancora il bisogno di dire la loro contro le donne, non si ritornerebbe mai ad un totale odio per il genere femminile. Forse ce ne accorgiamo poco, ma piano piano, lentamente, con forse troppa calma, i passi avanti sono stati fatti e continuiamo a farli.

Probabilmente sbaglierò, ma un futuro in cui le donne siano ridotte a mera casta riproduttiva lo vedo lontano anni luce, per fortuna. E, anzi, credo che proprio la nostra voglia di non ridurci così, il nostro desiderio di continuare a combattere per la nostra autodeterminazione, siano proprio la chiave essenziale per evitare di creare una Gilead nel futuro prossimo. Un po’ al contrario di ciò che si lascia intuire sia successo a Serena Joy: ha vacillato. Ha pensato che forse suo marito avesse ragione. E grazie a donne che come lei hanno vacillato, le donne hanno perso tutto.

Prima di andare avanti, lasciatemi chiarire un punto. Non sono contraria al matrimonio, anzi. E non sono neanche contraria alla famosa appartenenza che i coniugi si promettono, perché in fondo se ti sposi probabilmente lo fai proprio per condividere la tua vita con qualcuno, per avere un legame più forte. Ma c’è una differenza abissale tra appartenenza reciprocasottomissione, e in questa serie, in questa società, a Gilead, si parla solo ed esclusivamente di sottomissione.

Non sono d’accordo, dunque, con chi crede che prima o poi una situazione come quella rappresentata in The Handmaid’s Tale possa divenire realtà. Ma sono d’accordo sul fatto che questa serie lasci aprire gli occhi su più fronti. Sono d’accordo sul fatto che lasci rendersi conto del fatto che un piccolo cedimento e anni e anni di lotte potrebbero andare in frantumi. Sono d’accordo con chi dice che questa serie dimostra che si può perdere tutto, i sogni, le speranze, la dignità, da un giorno all’altro, se non si riesce ad essere compatti. E non si tratta di una mera lotta tra uomini e donne, perché spesso i cambiamenti possono insorgere dall’interno. A Gilead sono le donne ad odiare le altre donne. A Gilead ci sono le Zie, incaricate di formare le Ancelle, che da donne denigrano altre donne per il loro stile di vita, che il più delle volte non è tanto diverso da quello che viviamo noi tutti i giorni. Il marcio non è solo negli uomini. Il marcio è anche il Serena Joy, che da donna emancipata aiuta il marito a creare una società in cui alle donne non sarà più permesso nulla. Neanche a lei sarà più permesso nulla. E questo, per quale motivo? In nome di cosa? No, non è in nome di Dio.

Per quanto concerne la direzione del futuro dell’umanità, sarei molto più propensa a credere che a breve potremmo ritrovarci con gli Hunger Games in televisione. Perché per i diritti delle donne abbiamo combattuto tanto e per fortuna stiamo ancora combattendo, e nonostante in molti parlino, la mia fiducia nell’umanità mi fa pensare che questi diritti non li perderemo così facilmente. Ma l’essere umano è una creatura con un grande talento per l’autodistruzione (citando Suzanne Collins, autrice di Hunger Games), quindi non potrei metterci la mano sul fuoco sul fatto che prima o poi trasmettere la morte di qualcuno in diretta non diventi motivo di share e pubblicità. Il fatto è che al momento la gente è affamata di novità, e un ritorno al passato e ai valori tradizionali  (che poi, devo ancora capire tradizionali di cosa) non alletterebbe tanto quanto una bella carneficina in diretta televisiva. La gente non potrebbe mai decidere di propria volontà di liberarsi di quello che ha oggi, e in realtà ce lo mostrano anche in The Handmaid’s Tale con Jezabelle. La vita da pudici puritani è una facciata.

Ma, per quanto, appunto, la mia triste idea di futuro distopico si avvicini di più a quella dei romanzi della Collins, non posso dire che The Handmaid’s Tale non mi abbia fatta rabbrividire nel profondo. Ci sono state scene in cui avrei voluto piangere, ma avevo paura che piangendo sarei stata io a mettere Offred in qualche guaio. Sono riuscita perfettamente ad immedesimarmi in lei e vi assicuro che ogni episodio, dal primo all’ultimo, contiene una carica di ansia e adrenalina mai viste fino ad ora. Il dolore di chi viene costretto ad una vita che non vuole e che non ha chiesto, il dolore di chi viene usato e gettato via, di chi viene trattato come merce di scambio senza che nessuno batta ciglio. Da questo punto di vista, la situazione di Gilead non è poi così lontana da quella che alcune zone di mondo stanno vivendo. L’impossibilità di scappare, la gioia negli occhi dei pochi che ci riescono ma che si sentono in colpa per coloro che sono rimasti indietro. La speranza di riabbracciare i propri cari, la consapevolezza che quasi sicuramente la propria vita non sarà più la stessa.

Ecco, credo che sia questo quello che questa serie ha provato a farci capire. Perché quello a cui non credo è che si arrivi ad istituire un sistema di riproduzione così rigido e con la presenza di ancelle, ma sebbene ciò non esista, esistono luoghi in cui i diritti umani restano un’utopia, e non c’è bisogno di attendere la nascita di Gilead. Quello che hanno voluto farci vedere, non è il modo in cui avvengono le cose. Che ci sia un Grande Fratello che ci guarda, una Mietitura annuale di giovani da mandare agli Hunger Games o delle Ancelle condannate ad essere stuprate affiché generino figli per i potenti, il succo non cambia: i diritti umani vanno difesi, sempre e comunque, e soprattutto da chiunque.

Dunque, The Handmaid’s Tale, già rinnovata per una seconda stagione, ha segnato indelebilmente il panorama televisivo del 2017. Se nel 2016, Westworld era stato la rivelazione, nel 2017 The Handmaid’s Tale ci ha portati a riflettere ancora. Su fronti diversi, sì, ma neanche troppo lontani. Non sono prodotti facilmente paragonabili, lo so bene, ma entrambi sono stati fonte di enormi spunti di riflessione sulla natura umana e su cosa potrebbe (speriamo di no!) riservarci il futuro. Di entrambe queste serie, attendo con ansia numerose candidature agli Emmy e, soprattutto, la seconda stagione!

Nota sul cast

Il cast vede protagonista Elisabeth Moss, conosciuta principalmente per il ruolo di Peggy Olson nella serie TV Mad Men. Assieme a lei, Joseph Fiennes (che molti conoscono come il fratello minore di Ralph Fiennes e protagonista di numerosi film di successo) e Yvonne Strahovski (già vista in Dexter) interpretano il Comandante Fred Waterford e la moglie Serena Joy, dando vita a due personaggi enigmatici, difficili da digerire che si integrano al meglio nello scenario creato per loro. Segue Samira Wiley, già vista in Orange is the New Black e, solo per qualche episodio, Alexis Bledel, la storica Rory di Gilmore Girls.

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