The Handmaid’s Tale: non sempre la lentezza è un difetto

The Handmaid’s Tale: non sempre la lentezza è un difetto

Con la 3×10 si chiude la terza stagione di The Handmaid’s Tale. Una stagione segnata da tanta calma e andata, forse, un po’ a rilento. Proprio per questo, a molti non è piaciuta e tante persone si sono lamentate del fatto che la ribellione sembrasse sempre sul punto di iniziare, non iniziando mai.

Ora, analizzando tutte le stagioni che abbiamo visto fino ad ora, possiamo notare in maniera abbastanza netta come ogni stagione rappresenti in maniera chiara lo stato attraverso cui June sta passando.

La prima stagione era quella della paura, dove dovevamo iniziare a familiarizzare con Gilead. Abbiamo conosciuto questo regime totalitario a poco a poco assieme a June e alle altre Ancelle, abbiamo assistito al funzionamento semi-perfetto di una dittatura di stampo teocratico e abbiamo, ovviamente, iniziato a fare il tifo per una resistenza ancora molto latente.

Con la seconda stagione abbiamo assistito alla speranza che qualcosa potesse cambiare, simboleggiata dalla nascita di Holly e, alla fine, dalla sua uscita da Gilead. Holly ha rappresentato la forza di volontà di June di uscire da Gilead.

Ma è con la terza stagione che la dimensione delle azioni di June cambia radicalmente e diventa sempre più altruista. Se in un primo momento la priorità di June era quella di salvarsi e salvare sua figlia Hanna, nella terza stagione June matura la convinzione che vale la pena spostare il focus delle sue azioni. Il focus viene spostato sui bambini perché sono proprio i bambini alla base di ogni cambiamento nella società: i bambini saranno gli adulti di domani, ogni insegnamento a loro impartito contribuirà a renderli chi saranno in futuro. Liberare tutti i bambini di Gilead significa estirpare Gilead dalle radici, privarla dell’unico terreno fertile ancora esistente e, in definitiva, annientarla. Ci vorrà del tempo, sicuramente, ma June ha capito quale fosse la strada giusta.

La terza stagione, infatti, ha rappresentato l’esasperazione più totale lasciando un senso di incompletezza e inadeguatezza totale

In tanti abbiamo criticato la lentezza della terza stagione, personalmente perché ogni episodio mi esasperava così tanto che non riuscivo a non capire come June potesse continuare a mandare giù quello che le accadeva intorno. Ma il vero fulcro della terza stagione è stato proprio questo: non più raccontare Gilead ma farcela vivere. Quest’anno l’abbiamo assaporata e ne siamo rimasti feriti tutti e ora che proprio non ne possiamo più, siamo finalmente pronti per la vera resistenza.

Le polemiche che ho letto negli ultimi giorni mi hanno ricordato quelle che scaturirono all’epoca di Hunger Games. La gente che non aveva letto i libri si aspettava molta più azione dagli ultimi due film ed è rimasta delusa da quanto visto. Il problema, anche in quel caso, è che il pubblico il più delle volte predilige l’azione e i colpi di scena a discapito della trama vera e propria e delle sue evoluzioni. Gli Hunger Games sono fondamentali, nell’omonima saga, nella misura in cui ci si renda conto che l’umanità è stata ormai banalizzata così tanto da creare un reality show in cui far uccidere bambini e ragazzi tra di loro. Una volta entrati nel meccanismo, guardare gli Hunger Games non serve più e tutto ciò di cui abbiamo bisogno è vedere Capitol City e trovare un modo per distruggerla.

Allo stesso modo, in The Handmaid’s Tale abbiamo visto Gilead e poi l’abbiamo toccata con mano per arrivare, alla fine della terza stagione, al punto di non ritorno, in cui anche noi spettatori siamo arrivati al limite e non vediamo l’ora che la resistenza inizi. Se fosse iniziata prima, probabilmente non avremmo avuto lo stesso desiderio di distruggere Gilead che abbiamo ora.

La quarta stagione è ormai stata annunciata ma non sappiamo se sarà l’ultima, in ogni caso vedremo sicuramente dei cambiamenti epocali. E noi non vediamo l’ora.

Ventisette anni, interprete, traduttrice, appassionata di viaggi e letteratura e con il sogno nel cassetto di diventare scrittrice. Nel frattempo scrivo racconti nell'attesa dell'ispirazione per creare qualcosa di migliore, venero i ravioli cinesi e mi drogo di serie TV.

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