TRISTEZZA DUEPUNTOZERO

TRISTEZZA DUEPUNTOZERO

Ho notato che ultimamente una delle mode più in voga nel mondo dei social è quella di condividere e ridere insieme delle proprie disgrazie: gruppi di condivisione, immagini sarcastiche, eventi improbabili, quadri che parlano sono solo alcuni espedienti di questa tendenza attraverso cui ci viene restituito il ritratto di una società di giovani “sfigati”, uniti cioè da una comune “sfiga”, impacciati nei rapporti umani, tristi, incapaci di uscire dallo schermo e affrontare la realtà quotidiana, vittime di un “disagio” che sembra emergere con prepotenza in ogni aspetto della vita, da quello sentimentale a quello lavorativo o sociale: l’intera esistenza sembra essere messa a dura prova da una specie di “mala sorte contagiosa” che sentiamo di dover esorcizzare attraverso ondate di hashtag e fiumi di sarcasmo. Mal comune mezzo gaudio si dice, d’altronde, da sempre, che tradotto nel linguaggio della modernità suonerebbe forse come “#Mainagioia insieme = #MezzaGioia”.

 

Devo ammettere di essere la prima a trovare terribilmente divertente questa nuova tendenza e ˗ ahimè ˗ a ritrovarmi nella maggior parte delle forme di manifestazione di questa “sfiga patologica” che riempie di tristezza le nostre giornate. Ma siamo sicuri che un sentimento come la tristezza possa essere contenuto in tutta la sua intensità tra le sbarre soffocanti di un cancelletto?

 

In fondo, senza passare per la tristezza non sapremmo apprezzare davvero ciò che di buono la vita ha da offrirci; in fondo, è proprio nella tristezza che vedono la luce i versi più intensi, le trame più coinvolgenti, la musica più struggente. Di certo non si può vivere di sola tristezza. Tuttavia sono convinta che essa sia una tappa fondamentale all’interno del nostro viaggio alla ricerca della felicità. La felicità, quella condizione ideale che siamo sempre a un passo dal raggiungere: credo di averla vista una volta, una notte di primavera, mille giorni fa. Mi inondò di luce e mi strinse in un cieco abbraccio. Poi se ne andò. Aveva sbagliato strada. Le nostre strade si erano incrociate per un mero errore del destino.

 

A mio avviso la tristezza è un sentimento nobile oggi troppo spesso svilito in nome di un’“omologazione del sentire” che ci vorrebbe tutti sorridenti e impeccabilmente felici. Guardiamo le vite altrui da uno schermo, arrivano a noi dopo essere passate attraverso i dovuti filtri e ci convincono della loro perfezione, una perfezione con la quale non è possibile competere e di fronte alla quale non possiamo che sentirci “sfigati”. Eppure, tutto ciò che ho appreso nella vita è che anche i castelli più incantevoli possono nascondere crepe invisibili in grado di far crollare l’intera struttura al primo soffio di vento.

 

Piuttosto dovremmo forse soffermarci a comprendere perché i sintomi di questa sfiga siano così diffusi, così sorprendentemente simili in persone tanto diverse. La loro diffusione dovrebbe farci riflettere: perché ci sentiamo parte di questa sfiga comune? Perché sentiamo la necessità di ridere insieme delle nostre disgrazie? Perché un’intera generazione ˗ e più in generale un’intera società ˗ si sente incapace di “raggiungere” il suo prossimo, in un’epoca in cui ˗ paradossalmente ˗ a nessuno di noi è permesso rendersi irraggiungibile?

 

 

Pare che a una modernità globale sempre più incalzante corrisponda un altrettanto rapido sprofondamento dell’individuo nell’abisso dell’alienazione, un viaggio agli inferi che come ogni viaggio ˗ e come ogni piatto, ogni evento, ogni selfie postato in rete ˗ non desideriamo che condividere con il resto del mondo, in un meccanismo psicologico che meriterebbe lo spazio di un trattato specialistico.

 

Lontana da pretese scientifiche, ciò che vorrei proporre è un capovolgimento del punto di vista, una nuova prospettiva: penso che dovremmo riappropriarci della tristezza e restituirle la sua dignità, la sua importanza e ˗ posso dirlo senza fare la fine di Leopardi sui social? ˗ la sua bellezza. Dovremmo imparare a vivere la tristezza non come “affare collettivo” ma solo e soltanto come “esperienza individuale”, perché è solo e soltanto a noi che essa appartiene nella sua peculiarità. Forse, così, impareremmo a sentire “nostra” anche la felicità, non più come condizione astratta lontana dal qui e ora, ma come parte viva e attiva del nostro quotidiano.

Scritto da

Myriam Spanu

Sarda di nascita, piemontese d'adozione, portoghese nell'anima, europea per vocazione, una passione sfrenata per le lingue straniere. Da sempre incline alla nostalgia, l'incontro con la cultura lusitana mi ha fatto ammalare di saudade, in una condizione irreversibile dell'anima. Mi piace pensare di vivere ubbidendo unicamente alla poesia che mi porto dentro.

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