Troppo tardi

Troppo tardi

Si erano incontrati su un treno.
Si erano incontrati tardi, troppo tardi, parecchi anni dopo che lui aveva smesso di pregare le più svariate divinità per poterla casualmente rivedere un’ultima volta.
Succede sempre così, aveva pensato. Le speranze si affievoliscono, si spengono, si assopiscono e poi vengono esaudite quando sono ormai morte e sepolte.
Si erano incontrati per caso, per caso o per destino, e in meno di un secondo quel treno si era trasformato in una macchina del tempo.
Si erano incontrati quando lui aveva i capelli incollati alla fronte e gli occhi stanchi, quando non aveva un libro esaltante da sfogliare o una camicia stirata da sfoggiare. Si erano incontrati quando lei indossava il suo miglior vestito, non aveva un solo capello fuori posto e gli occhi le brillavano di una luce abbagliante.
Lui sempre un gradino più in basso, com’era sempre stato. Lui quello che si annullava, lei quella che splendeva.

Ci aveva rinunciato da tanto tempo, quando si era reso conto che tornare ogni giorno nei loro luoghi, passare sempre sotto casa sua, cercare di indugiare il più possibile in mezzo a una folla di persone per scorgere magari il suo volto era sempre più inutile e deludente, e non faceva altro che riaprire in continuazione una ferita già difficile da rimarginare.
Ci aveva rinunciato non senza rimorsi, dopo innumerevoli notti insonni e altrettante lacrime, dopo che il dolore l’aveva consumato fino all’ultima speranza, l’ultimo pensiero, l’ultimo “e se forse…”.
E poi aveva lentamente dimenticato il suo volto, i ricordi erano sbiaditi, spenti, forse neppure la sua voce gli era più familiare.

Ma non aveva dimenticato la magia. Quella non si cancella neppure dopo mille anni.
La stessa magia del rivederla avvolta nel suo cappotto verde, seduta su una carrozza quasi deserta, ipnotizzata dal paesaggio al di là del finestrino. Lei inconfondibile e unica. E lui ipnotizzato da lei. Lui che quasi senza pensarci si era prima bloccato, poi voltato per tornare indietro, poi seduto nella fila subito dietro di lei. Che non si era accorta di nulla.
Tutti i ricordi, da sfocati e quasi sepolti, in un attimo erano tornati a galla più nitidi che mai.

Cosa avrebbe dovuto fare? Salutarla? Nascondersi? Osservarla in silenzio pregando di non essere visto?
Come si tratta un ricordo dimenticato? Come si scappa dal maremoto di emozioni liberate in meno di un secondo?
Ci pensò per una, due, cinque fermate. Lei era così assorta, così bella, così… felice.
Lui così confuso e disorientato.
Due ricordi sbiaditi potrebbero mai tornare ad amarsi?

Lei scese alla stazione di un paesino isolato, nel bel mezzo della campagna, prima che lui avesse trovato il coraggio di prendere una decisione. Non c’erano né scuole né uffici lì, tanto meno negozi o centri commerciali. Non ricordava che lei avesse alcun amico o parente che viveva nei dintorni. Non c’era nessun motivo plausibile per andare in quel posto.
…Non c’era?

Sospirò, affondò a peso morto nel sedile e si diede dello stupido più e più volte. Era così ovvio. Con un sorriso tanto radioso, un vestito tanto elegante, che altro avrebbe potuto fare?
Lei doveva incontrare qualcuno, sicuramente. Qualcuno che meritava il suo sorriso e il suo abito migliore.
Fuori dai ricordi le persone esistono ancora, vivono ancora, vanno avanti anche senza di noi, riescono ad essere felici.
Lasciò cadere la testa sul finestrino e tirò un sospiro di sollievo per non averle parlato, non essersi messo in ridicolo.
Lentamente si addormentò, lasciò che la campagna che gli sfilava di fianco seppellisse di nuovo la ragazza dal cappotto verde sotto mille altri pensieri.

Lei si guardò intorno: nella stazione non c’era nessuno, a malapena si udiva il suono di un’autoradio in lontananza, stava scendendo una lieve foschia che rendeva la campagna tutt’intorno vagamente inquietante. Non sapeva quando sarebbe arrivato il prossimo treno, forse avrebbe dovuto aspettarlo per ore.
Crollò su una panchina, si prese la testa fra le mani.
Era stata una stupida a scendere proprio in quella stazione isolata. Ma non poteva più restare su quel treno. Non avrebbe retto un secondo di più la consapevolezza di averlo a pochi metri da lei, distratto, disinteressato, apatico. Probabilmente non l’aveva riconosciuta… no, probabilmente non la ricordava nemmeno.
Non gli aveva lasciato nulla, quindi. E dire che da anni si vestiva sempre di tutto punto sperando in un incontro come quello. Ma niente, non serviva a niente.
Chissà chi lo rendeva felice adesso. Chissà chi colorava le sue giornate.
Le venne da piangere, ma si trattenne.
Si alzò, cercò il tabellone degli orari e tra la cascata di numeri e parole affondò le sue ultime illusioni.

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Scritto da

Luna Spenta

Perennemente in bilico tra vita e nostalgia. Scrivo di amore, di delusioni, di passione, e anche un po' di me.

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