Un raggio di sole

Un raggio di sole

Ci credeva sul serio. Nessuno l’avrebbe mai contraddetto quando iniziava a parlarne con un tale fervore e con quella scintilla nello sguardo che riusciva a illuminare il viso anche del più scettico tra i suoi interlocutori.

Voleva inscatolare un raggio di sole. Imprigionarlo, catturarlo, rinchiuderlo, possederlo, aveva usato mille sinonimi e forse ne aveva anche coniati un paio di nuovi. Era il suo chiodo fisso. Lo voleva solo per sé, e niente gli avrebbe tolto dalla testa quella fantasia.

Il grigio non gli era mai andato a genio. Quando si accomodava sulla sua sedia a dondolo, sul far della sera, doveva e voleva sentire il sole accarezzargli le rughe e scaldargli le guance scavate. La pioggia non faceva che innervosirlo, le nuvole erano una tortura, l’inverno lo sfiniva.
Il sole, ecco di cos’aveva bisogno per vivere per sempre, il sole che lo avvolgeva senza mai oscurarsi.

La moglie ci aveva rinunciato. Era addirittura stata costretta ad accantonare la parola “impossibile”, da lui ritenuta un inviolabile tabù, per non evitare di dare il la al suo infinito brontolio.
“Non dirlo neanche”, la ammoniva ogni volta. “Impossibile è che tu stia zitta, non certo che io mi arrenda”.

Diverse scuole di pensiero si erano create in paese: spaziavano dai cori del drastico “è da rinchiudere” ai sostenitori del più politicamente corretto “povero vecchio, merita comprensione”.

Un mattino d’estate, vuoi per il tempo che sentiva scorrergli addosso troppo velocemente, vuoi perché era una meravigliosa giornata di sole, decise di provarci sul serio.
Conservava ancora una splendida scatola in legno di ciliegio intarsiata con strani simboli celtici (non ne conosceva il significato, ma lo avevano sempre affascinato) che aveva rimediato anni prima da un rigattiere. Probabilmente l’aveva donata a sua moglie per tenerci gioielli e cianfrusaglie, o forse era sempre rimasta inutilizzata, non ricordava le sue origini né il suo utilizzo. Fatto sta che la trovò perfetta per il suo intento.

Il sole non ci mise molto a farsi catturare. Splendente come mai prima di allora, quel giorno irradiava ogni angolo della casa, ed entrò senza far storie nella sua prigione, dove il vecchio lo rinchiuse prontamente. Ce l’aveva fatta, e senza neppure troppo sforzo.
Attese l’autunno come mai prima di allora, gongolando nell’udire i discorsi della gente sul freddo imminente e pregustando la sua oasi di sole che lo attendeva tra le mura domestiche. La scatola se ne stava al sicuro sotto il suo letto, dove nessuno l’avrebbe raggiunta, chè il suo segreto doveva a tutti i costi rimanere tale.

Il primo giorno di freddo non si fece attendere. Le nuvole soffocavano il cielo e un vento gelido si mangiava senza ritegno gli ultimi residui d’estate, portandosi via i suoi colori ed il suo tepore. Normalmente un tempo del genere l’avrebbe soltanto portato all’apatia, invece si svegliò con il sorriso sulle labbra.
“Oggi ci godiamo il sole!” annunciò trionfante alla moglie.
E prima che lei avesse il tempo di formulare qualsiasi domanda, la scatola era già stata aperta.
Le nubi minacciose al di fuori della finestra si ridussero in mezzo secondo a una mera tappezzeria. Un calore indescrivibile avvolse i due coniugi, mentre la luce toccava ogni muro, ogni oggetto, e avvolgeva i loro visi, le mani, i piedi freddi, colorando di nuovo i loro vecchi quadri appesi al muro e ridestando i girasoli che dormicchiavano sereni nel loro vaso di vetro.
Non avrebbero potuto in alcun modo descrivere il brivido, l’emozione, la sorpresa di quel momento. Avere il sole tutto per loro.
Sorrisero, senza dirsi nulla. Poi i sorrisi divennero risate e i due presero a correre tra i corridoi come non facevano da anni, e la voglia di vivere li trascinò in un ballo che si protrasse fino a sera. Non si erano mai sentiti così vivi.

Il vecchio richiuse di malavoglia la scatola dopo parecchie ore. “Non dobbiamo esagerare” mormorò alla moglie, anche se in cuor suo già sapeva che di un tale miracolo era impossibile fare a meno, e il mattino dopo avrebbero puntualmente liberato il loro prigioniero per concedersi un’altra giornata di caldo, euforia, salvezza.
Il secondo giorno si rivelò anche migliore del primo: un diluvio incessante si era scatenato durante la notte e dava il meglio di sé bersagliando finestre e tende da sole, burlandosi delle fronde degli alberi che spogliava delle loro foglie e dei bambini che inseguivano invano i loro ombrelli trascinati via dalle folate di vento.
Non avrebbe potuto esserci giornata migliore (peggiore?) per un sano bagno di sole.
Questa volta fu la donna ad afferrare la scatola. “Presto presto, ho avuto i piedi freddi fino a stamattina, voglio un po’ di caldo!”
E il contenitore venne aperto una seconda volta.
Il vecchio e la consorte rimasero in attesa per dei secondi interminabili. Ci vorrà un po’, pensavano, probabilmente ne abbiamo consumato troppo ieri. Ma del raggio di sole nessuna traccia. Niente caldo. Niente luce. Niente di niente.
Attesero un minuto, poi due, poi altri dieci, senza trovare il coraggio di dirsi nulla, solo crogiolandosi nella disperata speranza che il loro tesoro fosse ancora lì da qualche parte, solo un po’ troppo timido e restio per palesarsi come il giorno prima. Ma attesero a vuoto.

Il vecchio sferrò un energico calcio alla scatola, scagliandola contro il muro dove si ruppe in due, rivelando ulteriormente il suo interno tristemente vuoto. La moglie tentò di calmarlo, ma lui era già in preda a una rabbia cieca, quella di chi sa di aver avuto tra le mani qualcosa di insostituibile per poi vederselo sottrarre.
Forse avevano solo sognato. Forse sul serio era un vecchio pazzo. Forse aveva visto qualcosa di proibito, forse aveva sfidato la natura, forse, forse, forse… forse le cose belle, veramente belle, da togliere il fiato, per definizione sono fugaci. Durano un attimo, mai una vita.
E forse lo avevano capito entrambi, ma tra il capirlo e l’accettarlo correva un oceano ben più impetuoso della pioggia che li stava riportando alla realtà.
Un raggio di sole non può stare in una prigione, nemmeno se questa è comoda, accogliente e dorata.
Li aveva scherniti mostrandogli la sua bellezza per poi tornare da dov’era venuto. Nell’unico posto in cui doveva stare, libero da ogni involucro e barriera, danzando tra le nuvole che non potevano fermare la sua luce accecante.

Le giornate di sole, da quel momento, venivano salutate dai due con una preghiera di gratitudine. Non passò più un singolo giorno soleggiato senza che uscissero di casa e si trascinassero da qualche parte, fossero anche le vecchie sedie del loro cortile. Quando pioveva, invece, invitavano i bambini del quartiere a prendere un tè nel loro salotto, oppure si divertivano a riesumare i vecchi giochi in scatola che giacevano da anni in cantina. Avevano imparato a portare il sole dentro di loro, anziché sperare di intrappolarlo.

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Scritto da

Luna Spenta

Perennemente in bilico tra vita e nostalgia. Scrivo di amore, di delusioni, di passione, e anche un po' di me.

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