Violenza sulle donne: ecco perché non è mai lei a “chiederlo”

Violenza sulle donne: ecco perché non è mai lei a “chiederlo”

Immaginate che qualcuno vi abbia appena rubato il portafogli in una grande città, magari anche minacciandovi con una pistola.

All’atto di denunciare il misfatto in una stazione di polizia, il commissario vi squadra dall’alto in basso con atteggiamento scettico e inizia a chiedervi cosa ci facevate in città proprio in quel momento. Mentre provate a spiegargli la situazione, inizia a rimproverarvi il fatto di essere stati troppo incauti, di aver portato troppi soldi con voi e di non essere stati in grado di difendervi da soli dal rapinatore. Infine vi fa notare che l’essere usciti con il vostro orologio di marca al polso e con un completo costoso addosso fosse un chiaro segno del fatto che avete soldi e che forse stavate addirittura invitando qualcuno a rapinarvi. Come reagireste?

Questa situazione surreale è conosciuta come “Il processo al signor Smith ed è stata ideata dall’American Bar Association Journal ad imperituro esempio di quanto possa essere umiliante e mortificante il giudizio che subisce una donna vittima di violenza. Come se venisse in tutto e per tutto violentata due volte. La prima dal suo carnefice, la seconda dall’opinione pubblica.

In effetti, benchè di violenza sulle donne si parli parecchio, un aspetto fondamentale del fenomeno sfugge quasi sempre all’attenzione di chi imbastisce inchieste, dibattiti, reportage e statistiche a riguardo. Sia che si tratti di violenza psicologica, sia che la vittima subisca molestie fisiche o addirittura uno stupro, la faccenda viene quasi sempre sminuita dall’opinione pubblica, sempre a discapito della donna. Come se aggredire, mortificare, traumatizzare un individuo di sesso femminile fosse un reato di serie B.

Non solo: in una sorta di apologia dello stupratore il carnefice viene quasi giustificato per ciò che ha fatto. D’altronde le donne di oggi provocano, si svestono, sono troppo indipendenti, e si sa, la carne è debole.
Ma è davvero un ragionamento che sta in piedi?

Perché la donna non ha colpe

protesta stupro
Credits: Altaf Qadri
Era il 2013 quando una venticinquenne indiana si vendicò del suo stupratore dandogli fuoco, dopo che la giustizia del suo Paese aveva deciso di liberarlo ad appena un mese dal suo arresto. La ragazza, indignata dalla mancata pena inflitta all’uomo e dalla lentezza della macchina giudiziaria, lo invitò a casa sua con la scusa di negoziare un accordo al di fuori del processo per poi ricoprirlo di kerosene e dargli fuoco con l’aiuto dei fratelli.

In India il fenomeno degli stupri e delle molestie, spesso anche di massa, è diffusissimo e molto sentito dalla popolazione, che non si sente abbastanza tutelata.
Il gesto della ragazza è un esempio estremo, che può essere condivisibile o meno, ma non è questo il punto.
Dopo la diffusione della notizia, diventata virale in pochi giorni, alcuni commenti su Tumblr hanno evidenziato con ironia e leggerezza quanto possano essere insensati e qualunquisti i luoghi comuni che circondano lo stupro.

Eccone alcuni:

“Beh, lo stava praticamente chiedendo, indossando quei vestiti infiammabili”

“Se non avesse voluto prendere fuoco, sarebbe dovuto rimanere in casa”

“Probabilmente aveva bevuto quella sera, l’alcol ti rende più soggetto a prendere fuoco”

“Perché si è rotolato a terra? Avrebbe dovuto rotolarsi a terra ed estinguere le fiamme. Evidentemente, nel suo intimo, voleva essere bruciato”

“Nell’articolo si legge che dei testimoni lo hanno visto comprare un accendino quel giorno. Probabilmente si è dato fuoco da solo e poi ha mentito. Tipico”

“Avrebbe dovuto rilassarsi e goderselo. Alla fine era solo un po’ di fuoco”

“Dobbiamo educare le persone a portare degli estintori con sé. Per la loro sicurezza”

“La colpa è dei suoi genitori, avrebbero dovuto educarlo ad indossare dei vestiti ignifughi appropriati per la sua età”

stupratore bruciato
La prossima volta che leggete di un caso di stupro e vi trovate a domandarvi se la donna non lo stesse segretamente “chiedendo”, provate ad applicare i vostri commenti a qualsiasi altro reato. Vi renderete conto di quanto l’egualitarismo, a discapito di quel che ci raccontano, sia ancora un’enorme utopia.

Blogger, web designer, a volte scrittrice analogica. Nerd repressa causa incompatibilità con la matematica. Mens sana in corpore pigro. Sogno di scrivere un e-book al giorno e di smetterla con le frasi brevi nelle biografie.

Commenti

2 Commenti
  1. posted by
    Anahita
    Mar 23, 2016 Reply

    Ora, sono d’accordo su tutto, ma a me i commenti di tumbrl sono sembrati una ironia sullo stupratore, magari giustizialista, ma non maschilista. (a me sono sembrati d’accordo con lei, non con lui)
    Secondo me, con tono ironico, intendevano dire “chi la fa l’aspetti”, ossia “si è meritato di finire come un cerino”.

    • posted by
      Susanna Marsiglia
      Mar 23, 2016 Reply

      Era proprio quello l’intento dei commenti di Tumblr Anahita, dimostrare con ironia quanto siano stupide le osservazioni che vengono mosse solitamente alle vittime di stupro. Chiedo scusa se nel testo dell’articolo ho reso fraintendibile questo aspetto, io sono assolutamente a favore di quei commenti, che con ironia e sarcasmo hanno rivelato una realtà su cui riflettere parecchio.

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