Donne che odiano le donne: la discriminazione parte (anche) da noi

girls fighting

Mercoledì sera. Contravvenendo al canonico tête-à-tête con divano e patatine, dopo il lavoro raggiungo una mia amica in un locale in centro. Gli organizzatori di un concorso di bellezza le hanno chiesto di cantare tre brani tra una sfilata e l’altra, per intrattenere il pubblico e dare il tempo alle modelle di cambiarsi.
Nulla di particolarmente elaborato, solo una gara amatoriale ospitata nella saletta di un bar (per l’occasione tramutata in passerella) con qualcosa come 250 euro in palio per la vincitrice. Le partecipanti non sono modelle di professione, ma ragazze tra i 18 e i 25 anni che hanno deciso spontaneamente di iscriversi. Più per divertirsi che per il premio in denaro – o almeno è quello che ci auguriamo.

ragazza in top

Photo credits: Simon

Io e il mio gruppo di amici ci accomodiamo intorno al tavolino più lontano dalla passerella. Siamo lì soltanto per sentire la nostra amica cantare, io paleso subito la mia intenzione di levare le tende quanto prima, ché le donne in costume non sono propriamente la mia passione. Il pubblico è quasi prettamente maschile. Svettano un paio di mamme orgogliose e qualche bambino qua e là, forse i fratellini delle concorrenti. Tra la giuria c’è un noto “mutandologo” della tv, almeno così si presenta alla mia amica, adducendo che conosce Mina e potrebbe fornirle un ingaggio se lei gli lasciasse il suo numero di telefono. Risate generali, soprassediamo e ordiniamo da bere.

Pochi minuti dopo il presentatore annuncia l’inizio della sfilata, invitando il pubblico a “moderare gli apprezzamenti” e “contenere le manifestazioni di gioia”. Le regole sono elementari: tre sfilate, tre completi (giorno, sera, mare) e la mesozoica giuria appollaia in un angolo decide chi passa il turno. Le partecipanti hanno scelto personalmente le mise e il trucco.

Quest’ultima precisazione è quella che ci fa eco in testa quando le tanto attese modelle iniziano a sfilare una ad una. Strabuzziamo gli occhi, attoniti, controllando che nel nostro cocktail non sia stato diluito un qualche allucinogeno. Vedere certi spettacoli in tv è all’ordine del giorno, ma siamo abituati a percepirla come un mondo avulso dal nostro, falso, intangibile.
Invece i top trasparenti, gli shorts quasi inesistenti, i tacchi a stiletto e il trucco da circo ora sono qui, a pochi metri da noi, conditi da uno sculettare volutamente esasperato e da ammiccamenti ai giudici come escort di alto borgo. Il completo da giorno scelto dalle ragazze è qualcosa che anche nel più squallido dei night club si faticherebbe a trovare.

sfilata barbie

Photo credits: Lil’ Wiz

Al cospetto di uno spettacolo tanto assurdo quanto degradante, non riesco a fare a meno di pensarlo: le prime ad alimentare l’immagine della donna oggetto, in certi casi, sono proprio le donne. E per quanto si tenti di essere politically correct e di mitigare la discriminazione, alla vista di una mandria di diciottenni che sventolano le cosce a due centimetri dalla faccia di un vecchietto, l’epiteto che viene spontaneo è soltanto uno (e perdonate l’uso del francese): zoccole.
Lo penso io, lo pensano i miei amici (maschi o femmine che siano), probabilmente lo pensano tutti i presenti. Ad eccezione dei genitori delle modelle, che sembrano pieni d’orgoglio e gongolano nell’ammirare le forme prorompenti della figlia messe in bella mostra sotto i riflettori.

Usciamo dal locale scioccati e ancora increduli.
Gli uomini, contro ogni previsione, hanno tenuto una condotta ineccepibile per tutta la serata (tranne forse il mutandologo). Ma gli sguardi carichi d’invidia che le concorrenti si lanciavano tra loro non passavano inosservati. Sono donne che odiano le donne.

ragazza dark

Photo credits: Hernan Irastorza

Le odiano perché per prime espongono al mondo un’immagine totalmente distorta di loro stesse. Le odiano perché nascondono la loro insicurezza dietro a tre dita di fondotinta. Le odiano perché agli occhi di altre ragazze fanno passare il messaggio che per essere accettate occorra essere non belle, non interessanti, non originali, ma solo appariscenti.

Nessuno ha obbligato quelle ragazze a vestirsi così, né tantomeno ad iscriversi alla gara. Lo hanno fatto per un motivo ben preciso: credono, anzi sono convinte, di essere a loro agio. Perché la cultura maschilista che loro tanto denigrano le ha fagocitate a tal punto da renderle le sue prime esponenti. Schiave dell’aspetto fisico, convinte che un paio di scarpe nuove migliori l’umore, certe del fatto che davvero con quegli shorts super aderenti e i trampoli ai piedi si sentiranno comode e fiduciose, ma allo stesso modo convinte di essere libere. Per loro essere guardate è sinonimo di sicurezza, eppure guai a chi si avvicina. Gli uomini sono tutti maniaci. Le ragazze non si rendono conto di provocarli così tanto e gli uomini (o almeno la grande maggioranza di loro) non si rendono conto di esagerare, fuorviati da quel continuo ostentare. È un circolo vizioso a cui non c’è fine.

Non metto in dubbio la buona fede delle concorrenti della sfilata, che probabilmente hanno visto tutto come un gioco e magari sono addirittura state sostenute dalle madri entusiaste. Ma mi chiedo soltanto una cosa: perché noi donne, anziché far gruppo, coalizzarci, combattere insieme la nostra battaglia per l’egualitarismo, non facciamo altro che odiarci a vicenda, affibbiarci appellativi tutt’altro che lusinghieri e crederci migliori di ogni altro essere di sesso femminile? Io per prima, che ho dato delle zoccole a ragazze che neanche conosco. Al massimo avrei potuto pensare “quanto se la tirano” o “che menose”, ma l’appellativo zoccole, così come troie, puttane e sinonimi è radicato nella nostra cultura. Al punto da non renderci più conto di quanto svilente e degradante sia.

Perché non la smettiamo di puntare il dito contro altre donne solo perché ci sentiamo in qualche modo minacciate (chissà poi perché) dalla loro femminilità ingombrante?

Siamo diventate animali territoriali, insicure al punto da restare vittime di stereotipi e luoghi comuni.

Le madri delle concorrenti, probabilmente, volevano dimostrare che la loro figlia è più bella delle altre, forse perché loro non sono più nel fiore degli anni e riversano su di lei tutta la vanità che non possono più permettersi. Le modelle stesse, indipendentemente dal loro carattere e dalle loro qualità, hanno supposto che una gonna più corta o un occhiolino ben piazzato potesse distinguerle dalle altre. E non hanno fatto altro che pensare per tutta la sera a quanto il vestito della ragazza di fianco a loro fosse più o meno alla moda, a quanto il suo seno fosse più o meno grande e i suoi glutei più o meno tonici. I loro sguardi erano inequivocabili. Non era divertimento, era una guerra.

Finché la ex del tuo ragazzo sarà sempre e comunque una troia, anche se non l’hai mai conosciuta, finché la tua collega sarà sempre una leccaculo solo perché è gentile con il capo, finché ti sentirai bene solo quando qualcuno ti dice che sei più bella di un’altra, finché farai una smorfia di disgusto alla vista di una donna non depilata, finché una tua coetanea la percepirai come una rivale a prescindere, allora le cose non cambieranno. Continueremo a gettare benzina sul fuoco e spianare la strada al maschilismo. Continueremo a essere stuprate, non solo fisicamente, non solo dai criminali, ma anche e soprattutto dal nostro stesso cervello che ci convince di dover dimostrare superiorità di fronte ad altre donne.

Quello che stiamo commettendo è un femminicidio di massa al quale prendiamo parte anche noi, seppur inconsapevolmente. Uccidiamo la nostra natura femminile immolandoci all’invidia e alla vanità.
Nessuna donna è mai davvero a suo agio sotto due maschere di trucco pesante. E a nessuna piace sentirsi dare della zoccola, per quanto possa “cercare cazzo”, come si dice in gergo.

Smettiamo di essere donne che odiano le donne. Al massimo, diventiamo donne che odiano tutte insieme i mutandologi, che sanno distinguerli dagli uomini veri e che non alimentano gli stereotipi che loro tanto amano.

Non si vince una guerra con l’ipocrisia. In nessun caso.

6 commenti

  • rossella ha detto:

    quanta verità!!
    condivido

  • Emma Chinelli ha detto:

    Ciao Susanna, condivido tutto il tuo pensiero, in modo particolare, l’ultima frase. Ti sembrerà forse strano detto da una “ragazza come me” ma credimi che così non è. Sono sempre stata dalla parte delle Donne e con le Donne, anche da piccola le mie compagnie erano prettamente femminili e ne ho viste di tutti i colori come suppongo sia capitata anche a te la stessa cosa. Ho realizzato proprio tre giorni fa un piccolo video dal titolo “inno alla Femminilità”, ambito nel quale, attraverso lo scorrere di immagini e audio montate in un video, ho voluto in qualche maniera raccontare come vedo la Femminilità che però, non vuole essere e/o vedere/rappresentare la Donna/Femmina come un oggetto stereotipato, una bambolina da mostrare…al contrario, vuole evidenziarla per valorizzarla come merita senza strumentalizzazioni di sorta. Nono lo so se il messaggio è passato oppure compreso.
    Sì poi, hai ragione tu quando dici che alcuni genitori enfatizzano la propria figlia al fine di immedesimarsi in lei, “passargli” tutto ciò che esse avrebbero voluto fosse e che non hanno potuto o voluto fare al tempo e che oggi, vorrebbero riprenderselo ma ciò, non è ovviamente possibile a meno di “forzare” la cosa, attraverso le figlie appunto, strumentalizzandole.
    Mi piace da impazzire la tua franchezza nell’esprimerti, non immagini quanto 😉
    Mi fermo qui altrimenti risulto prolissa e forse, potrei attirare le cattiverie di qualcuna/o anche se francamente, me ne infischierei.
    Ti saluto calorosamente e ti auguro un ottimo 2015 all’insegna della prosperità professionale ma anche economica.
    quando ti va, sentiamoci. A presto 🙂

    • Susanna Marsiglia ha detto:

      Mi fa sempre un enorme piacere leggere i tuoi commenti Emma (che bello finalmente poterti chiamare con un nome femminile :D), e constatare ogni volta quanto il tuo pensiero sia in linea con il mio. Non è mai facile scrivere questo genere di articoli, ma è davvero appagante rendersi conto di non essere i soli a pensarla in questo modo e a combattere una battaglia per l’egualitarismo.
      Mi piacerebbe davvero tanto vedere questo tuo video, dove posso trovarlo?
      Buon 2015 anche a te, ti auguro che tu possa trovare la felicità che meriti!

      • Emma Chinelli ha detto:

        Ciao Susanna, sei veramente molto dolce e cara, vorrei poterti ringraziare di persona e abbracciarti ma ciò, non è possibile, almeno per ora, chissà in un prossimo futuro 🙂

        Allora per il video, se vai nel mio canale you tube (di cui peraltro, ho chiesto a Google di darmi possibilità di cambiare nome spero acconsentano perché è ancora il mio di battesimo purtroppo)…dicevo, nel mio canale you tube nel quale finora son presenti prettamente i miei gusti musicali, ebbene, lì lo troverai anche se ne sto preparando un altro ancor più significativo. In ogni caso, ti metto il link diretto qui, così la cosa è più rapida per te. Un grande, caro e affettuoso abbraccio per te, per un 2015 fantastico, pieno di soddisfazioni professionali ed economiche per entrambe e chissà che, sia foriero di belle occasioni per conoscerci nella realtà 😉

        A presto…

        https://www.youtube.com/watch?v=nTWNweYEyNA

        P.s. Non fraintendermi ti prego se vedrai almeno all’inizio immagini di nudo o in lingerie ma, se saprai cogliere il messaggio capirai che cosa voglio comunicare…

        P.s.2. Ci provo a dirti questa cosa, nell’ipotesi tu abbia desiderio di realizzare dei video ma non ne hai la voglia oppure il tempo, se ti va, potremmo collaborare, mi passi del materiale ed io eseguo il montaggio del media.

        • Susanna Marsiglia ha detto:

          Stupendo davvero, sia per la scelta della musica che delle immagini, complimenti davvero!
          Se mi salterà in mente qualche idea astrusa per un video sarai sicuramente la prima persona a cui mi rivolgerò 😀
          Ancora grazie per la tua disponibilità!

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