“Sic Mundus Creatus Est”: la perfezione di Dark

“Sic Mundus Creatus Est”: la perfezione di Dark

“Passiamo la vita a chiederci dove condurrà il nostro viaggio”

Il nostro viaggio è terminato. Quel viaggio meraviglioso che era iniziato il primo dicembre 2017, quando su Netflix è apparso, timido, questo nuovo titolo che tutti sembravano ignorare. Ebbene, mai scelta fu più saggia di iniziare a guardare Dark e innamorarmene perdutamente. Ho amato la prima stagione perché mi aveva regalato sensazioni che prima ero riuscita a provare solo con Lost. Ho adorato la seconda stagione, perché a livello qualitativo ha superato la prima e mi ha offerto spunti ancora più interessanti. Ho trascorso l’ultimo anno a fare congetture sulla terza – e ultima – stagione pregando con tutto il cuore che la qualità non scendesse e che il finale fosse degno della serie.

Ho finito Dark due settimane fa e ancora non mi sono sentita pronta per parlarne veramente con nessuno. Ho voluto tenere i pensieri per me, tenere i miei sentimenti chiusi e al riparo da qualsiasi altra voce, come si fa con i ricordi di qualcosa di estremamente bello. Ho deciso che avrei accudito il mio ricordo di Dark finché non sarei stata pronta a condividerlo con altre persone. Certa che questo momento forse non sarebbe mai arrivato completamente, ho deciso che forse ora è il momento giusto per parlare di quanto, con questo finale, la Germania abbia seriamente scritto un pezzo di storia della serialità, e noi lo abbiamo orgogliosamente vissuto a pieno.

Ho finito Dark due settimane fa e vorrei iniziarlo di nuovo ogni giorno, il che mi porta a pensare che forse il vero loop siamo noi, che ormai non potremmo fare a meno di riguardarla e riguardarla ancora e ancora per rimettere insieme quei pezzi che si incastrano così bene da dare un senso di pace ed equilibrio ad ogni fotogramma.

Il finale di Dark non lascia interrogativi, non lascia questioni irrisolte, è perfetto, conclusivo, poetico, commovente e di una complessità così semplice che risulta quasi disarmante.

“La fine è il principio. Il principio è la fine.”

Quante volte lo abbiamo sentito, quante volte non abbiamo capito. Ma poi, d’un tratto, subito è stato chiaro. Se c’è un Adam, c’è anche una Eve, e se ci sono Adam e Eve c’è sicuramente un principio. Quale miglior principio se non il Paradiso Terrestre che si trasforma in fine, se pensiamo a dove le anime vanno a finire una volta abbandonato il corpo, secondo il cristianesimo?

Il Paradiso è contemporaneamente principio e fine, come Adam e Eve sono allo stesso tempo i primi e gli ultimi di un complesso albero genealogico che li vede come radici e come foglie, come alfa e come omega, come principio e come fine.

Il mondo di Dark ruota all’interno di un vortice di bellezza e angoscia che non capiamo mai fino in fondo, finché Claudia non torna proprio per spiegarcelo: con il finale della seconda stagione, nessun loop è stato interrotto. Semplicemente, le realtà sono molteplici ma conducono tutte alla medesima fine, partendo dal medesimo inizio. Ma in questa stagione aggiungiamo un elemento in più: l’amore di un padre per il figlio e per il proprio nipote, così forte e potente da aver – letteralmente – creato non uno ma ben due mondi.

Nella prima stagione non capivamo a pieno il ruolo di Tannhaus, orologiaio misterioso che un po’ come un traghettatore ci rende prima consapevoli dell’esistenza nei viaggi nel tempo, per poi diventare, nella seconda stagione, nonno di Charlotte, del quale però continuiamo a non comprendere bene la collocazione.

Ma è con la terza stagione che si rompono gli schemi e tutto ci diventa subito (più o meno) più chiaro: Tannhaus non ci ha solo spiegato i viaggi nel tempo, lui li ha creati. Letteralmente, sic mundus creatus est. Avevamo la soluzione sotto il naso da tre anni e ancora non l’avevamo vista, perché troppo concentrati nel cercare di capire gli intrecci – magistrali – delle famiglie di Winden.

L’incidente causato da Tannhaus nella creazione di una macchina del tempo aveva dato luogo a due realtà, finite ma allo stesso tempo infinite, entro cui le storie dei protagonisti che noi abbiamo conosciuto si sono intrecciate creando una rete complessa di cause ed effetti strettamente correlati da loro, dove il futuro influenza il passato e da esso dipende.

“Che importanza ha quale strada scegliamo, se alla fine del viaggio incontriamo sempre noi stessi?”

La realtà è una e può diramarsi in milioni di nuove strade per poi tornare sempre allo stesso punto e ricominciare, all’infinito, per l’eternità. È così che Adam, vittima di un amore che lui stesso non è mai riuscito pienamente a comprendere né controllare e che lo ha logorato, vuole mettere fine al loop. Poco importa se lui stesso non sarà mai esistito, meglio non esistere che perdere nuovamente Martha e causare tutto quel dolore a decine di innocenti, pedine che l’universo per un qualche motivo aveva deciso di mettere sul loro cammino.

Se nella prima stagione credevamo che i viaggi nel tempo fossero il perno attorno cui ruotava la serie e nella seconda stagione ci siamo ricreduti pensando di poter contare sulle realtà parallele, nella terza capiamo che la vera, solidissima, base di Dark è un binomio che io ho sempre amato in ogni serie, a partire da Lost: il libero arbitrio e il destino.

E lo capiamo ancora meglio, quando nel finale Adam decide di sacrificare sé stesso più giovane pur di far compiere il destino rimasto incompiuto di qualcun altro. Salvare una vita, per salvare un mondo.

Il finale, con Jonas e Martha che salvano il figlio di Tannhaus ripristinando l’ordine naturale delle cose e mettendo così fine all’esistenza dei loro due mondi, è stato l’apice della poesia di questa serie. Dissolvendosi in polvere di stelle con un sottofondo musicale da brividi che sembra perfettamente descrivere la scena, ogni cosa torna al proprio posto e il Paradiso viene ricreato, un Paradiso a cui tutti i nostri personaggi preferiti fanno un ritorno metaforico uscendo dal turbine di angoscia che li aveva avvolti fino a quel momento.

Gestire in modo così poco scontato dei riferimenti biblici così sottili e ben architettati non è stato semplice. La costruzione della trama di Dark è, ad oggi, a parer mio, la migliore in assoluto. Quante volte tante serie sono iniziate molto bene per poi perdersi in un bicchier d’acqua dopo il primo groviglio che non sono state in grado di sciogliere? Per Dark non è stato così. Fin da subito ogni tassello è stato posizionato proprio dove doveva essere, segno che la sceneggiatura sia stata scritta da persone competenti e – soprattutto – tutta insieme senza lasciare cose al caso.

Tutto è stato costruito così bene che le ultime parole della serie, pronunciate da Hannah, ci stupiscono ma ci danno quel senso di conforto familiare di cui non pensavamo di avere bisogno ma che poi sentiamo così nostre. Le tre realtà sono sempre state collegate tra loro, hanno interagito pur non toccandosi, si sono intrecciate pur rimanendo linee parallele distanti l’una dall’altra, mai abbastanza vicine ma nemmeno abbastanza lontane. Quello che abbiamo visto è successo davvero (mi ricorda un’altra serie…) e il paradosso è che pur intervenendo per evitare che tutto accada, ponendo fine ai due mondi alternativi, un labile ricordo di ciò che è stato è rimasto impresso nella mente del personaggio che abbiamo odiato più di tutti ma che, alla fine, si è dimostrato essere fondamentale come tanti altri.

Dark è stata una serie degna di questo nome e che forse ha ricevuto ancora troppi pochi elogi. Viene criticata per la sua complessità, ma dovrebbe essere elogiata per la sua estrema linearità e simmetria, una perfezione che a distanza di settimane mi mette i brividi.

Vorrei tenere tutti questi pensieri per me ancora per un po’, non riesco ancora a dire addio ad una serie così bella e piacevole da vedere, ma forse è giusto così. Dobbiamo solo essere pronti per riprendere il loop del rewatch, e tutto andrà bene.

Ventotto anni, appassionata di viaggi e letteratura e con il sogno nel cassetto di diventare scrittrice. Nel frattempo scrivo racconti nell'attesa dell'ispirazione per creare qualcosa di migliore, venero i ravioli cinesi e mi drogo di serie TV.

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